Un Codice di Firenze per governare l’intelligenza artificiale mettendo al centro la persona e il valore del lavoro. È il progetto annunciato da Lapo Baroncelli, presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, il 24 settembre a Firenze, durante l’incontro dedicato alla Magnifica Humanitas di Leone XIV e al «Nuovo Umanesimo». Gli abbiamo chiesto come l’I.A. sta cambiando le aziende e che cosa dovrebbe contenere il Codice.

Come sta cambiando oggi il lavoro nelle aziende con l’intelligenza artificiale? In quali settori è già davvero entrata e dove è ancora più un’aspettativa che una realtà?

«Quando si parla di intelligenza artificiale parliamo sicuramente di un’opportunità, soprattutto in un processo di re-industrializzazione dei territori, in particolar modo per la Toscana, nella quale siamo attivi, ma in generale a livello nazionale. Un’opportunità che va governata, inserita anche in un altro contesto, che non è solo quello produttivo, ma anche quello legato alle persone che la utilizzano. In molti settori è già presente, soprattutto nei sistemi di automazione dei processi. C’è però un grande rischio su tutti gli altri settori dove è ancora solo marginalmente presente: che venga utilizzata in maniera impropria. Per noi deve diventare uno strumento che l’uomo può utilizzare e deve governare per avere un’accelerazione dei processi, ma non deve essere assolutamente sostitutiva dell’uomo. Quindi, cogliere l’opportunità».

Quali sono concretamente le opportunità e i rischi principali per le imprese e per i lavoratori, in particolare nel sistema produttivo toscano?

«I rischi sono che si superi la parte umana, cioè il saper fare, che era il motore dell’attività dell’uomo fino ad adesso e deve trasformarsi nel saper capire. Qui si apre il mondo: l’intelligenza artificiale facilita l’utilizzo. Basta pensare a tutti gli utenti, di qualsiasi età, che la utilizzano in maniera così ampia ormai anche solo per fare delle ricerche: prima banalmente si usava Google, adesso si usa ChatGPT o Claude. Questo processo non deve sostituire la conoscenza e la centralità dell’uomo. Ci siamo concentrati su questo aspetto: rimettere al centro l’uomo anche in questo processo. Ho fatto un esempio quando abbiamo fatto il nostro evento, quello dell’evoluzione dei sistemi innovativi: prima c’era la scrittura amanuense, poi c’è stato un processo già più industriale di trascrizione dei libri, poi c’è stato il computer. Tutti processi che sembravano cambiare il mondo, ma essere completamente sostitutivi dell’uomo. In realtà siamo riusciti a governarli. Adesso il rischio è che questa fase non si governi. È questa la centralità del tema».

Che cos’è il Codice di Firenze? Quali obiettivi ha e a chi si rivolge?

«Siamo partiti proprio dalla nostra città, dove è nato l’umanesimo, per rimettere al centro l’uomo in questo processo. Un umanesimo ovviamente contemporaneo, che tenga conto dell’intelligenza artificiale. Vorremmo mettere insieme tutte le parti della società civile e non, in modo tale che si possa governare questa rivoluzione. Vuol dire mettere al centro la formazione delle persone, rafforzare le competenze digitali delle persone di qualsiasi età, non solo del mondo produttivo, dare atto e azione a delle politiche che consentano anche l’adattabilità a questi nuovi processi produttivi, per far sì che anche le persone più in là con gli anni non vengano escluse dai processi di sviluppo e di produzione perché sostituite da qualcos’altro, e rendere partecipi le persone nella contrattazione collettiva di questo tema, che deve entrare fermamente al centro del dibattito. Tutto questo non vuol dire andare contro l’intelligenza artificiale, ma mettere nelle condizioni le persone, tutte, di poterla governare e di poter andare dietro a questa nuova economia. Perché è un’opportunità se governata, e in questo senso il Codice di Firenze rappresenta un primo modello in questa direzione, dove c’è il mondo dell’impresa, la politica, l’università, tutti gli attori della società civile».

Una delle più grandi paure dei lavoratori è che l’intelligenza artificiale serva soprattutto a tagliare costi e posti di lavoro. Come si aiutano le persone a vederla come uno strumento di supporto e non come qualcosa da temere?

«Sicuramente formandole, per far sì che non vengano guidate dall’intelligenza artificiale, ma sia l’uomo sempre a guidarla. E quando dico tutte le persone vuol dire anche gli imprenditori, chi prende le decisioni, a capire che non deve essere uno strumento per tagliare i costi, ma un acceleratore per far migliorare le prestazioni anche dei lavoratori delle proprie aziende. È evidente che probabilmente qualche tipo di mansione potrà essere sostituita, ma quelle persone devono essere formate per fare altri pezzi della produzione, piuttosto che dello sviluppo di altri pezzi dell’attività aziendale. Una grande opportunità è l’accelerazione dei processi, per cui quella persona riuscirà, per le stesse otto ore di lavoro, a fare tante cose in più e probabilmente ad avere il tempo per poter mettere la testa e la propria mente su altre tematiche, quindi utilizzare di più il fattore umano e non quello meramente produttivo».

Le piccole e medie imprese hanno già gli strumenti per adottare l’intelligenza artificiale in modo umanistico, oppure le grandi aziende sono molto più avanti e c’è ancora tanto lavoro da fare?

«Le piccole aziende non hanno gli strumenti per farlo, ma sono proprio quelle realtà, secondo me, dalle quali dobbiamo partire, perché c’è la persona al centro dell’attività. Essendo piccole, dobbiamo lavorare sulla formazione. È un tema anche di cultura d’impresa: se facciamo formazione su questo tema riusciamo a far crescere tutti i piccoli imprenditori. Le grandi sono sicuramente più avanti in questo processo perché hanno anche grandi capitali da poter investire su queste tematiche, ma poi si ritorna sempre alla persona, perché anche le grandi stanno iniziando a investire sulla formazione dei propri collaboratori. Io lo vorrei estendere un po’ più non solo al mondo dell’impresa, ma ai cittadini in generale, perché siamo anche una popolazione che ha un’età media più avanzata rispetto ad altre nazioni, e dobbiamo fare in modo che, se tutti i cittadini riescono a essere degli utenti evoluti, non la subiamo come sistema Paese».

Come immagina il mondo del lavoro tra cinque anni? Che cosa devono fare imprese, istituzioni e scuola per far arrivare le persone preparate a questo cambiamento?

«Una grande opportunità e allo stesso tempo una grande sfida ce l’hanno i grandi sistemi di formazione, le università, gli istituti professionali, gli acceleratori. Bisogna cambiare anche le tematiche della formazione. Se non mettiamo al centro della formazione l’utilizzo di queste tecnologie, difficilmente formeremo persone capaci di utilizzarle consapevolmente e non subirle. È una grande sfida di impostazione sulla formazione, anche accademica».

Perché un’associazione di industriali ha sentito il bisogno di confrontarsi con un’enciclica? Che cosa l’ha colpita della Magnifica Humanitas come imprenditore?

«Mi ha colpito la grande lucidità che il Santo Padre ha avuto nell’identificare queste tematiche così d’attualità, una visione anche a lungo termine incredibile. Siccome noi viviamo di visioni guardando al futuro, perché fare impresa vuol dire cercare di guardare sempre un po’ oltre quello che vedono i nostri occhi, questo mi ha affascinato in maniera incredibile. Dall’altro lato, queste tematiche sono trattate in una maniera così chiara, in alcuni passaggi come: “L’innovazione può diventare alleata di un lavoro più sicuro, più creativo e più dignitoso; quando mancano, essa tende a trasformarsi in un’accelerazione dell’ingiustizia.” Questa frase è di un’attualità rispetto all’intelligenza artificiale pazzesca. Da queste parole è nata l’idea di partire proprio da questo testo per cercare di stimolare la società su queste tematiche».