Ci sono abissi di sofferenza in cui nessuno sa come reagirebbe, panni nei quali non si può immaginare di stare. E nessuno, proprio nessuno, obiettivamente sa come si stia nei panni dei genitori di Chiara Poggi perché bisogna esserci. Tanto dovrebbe bastare a non giudicare.

Già difficile, forse impossibile, fare definitivamente pace con l’innaturalezza della perdita di un figlio. Chi può dire se esista un modo “giusto” di reagire alla perdita di una figlia in modo tanto violento, chi può dire di sé stesso come starebbe dentro il “bailamme” del delitto di Garlasco eternamente esposto talora al limite della pornografia informativa a ogni ora del giorno in pasto al pubblico? Chi di noi può dire come reagirebbe a una memoria cara, continuamente esposta se non sfregiata, masticata nel tritacarne dell’infotainment che sviscera sul tavolo settorio affamato di video ogni indiscrezione; data in pasto alla curiosità morbosa, mentre intanto nella quotidianità si cerca faticosamente un nuovo equilibrio. Chi di noi resisterebbe al bisogno di proteggere la memoria dei propri morti?

I genitori di Chiara sono stati sempre zitti, hanno lasciato esprimere i loro legali. Se hanno deciso di parlare, di parlare di lei, in un mondo che ha parlato di tutto e di tutti come se lei non fosse esistita, è un loro diritto. Fosse anche sbagliato (ma lo è?) restare aggrappati a una sentenza passata in giudicato, finché resiste, chi può permettersi di giudicare l’atteggiamento di una famiglia costretta a rivivere a ogni ora il proprio dramma come in una pièce pirandelliana.

Chiunque abbia avuto accanto un dolore, vero, profondo, non rimediabile, sa che non c’è giusto e sbagliato, sa che tutto ne viene travolto, sa che le relazioni consolidate, davanti all’indicibile, smarriscono la spontaneità, perché improvvisamente mancano le parole, tutto diventa inadeguato. Figuriamoci che cosa può accadere quando questo si rivive ogni giorno il dolore per decenni nella riproposizione continua dell’intrusione esterna.

La “normalità” dopo uno strappo che cambia la vita, ammesso che possa essere ricostituita, è una faticosa riconquista che chiederebbe riservatezza e garbo, il contrario di quello che è stato concesso a chi si è trovato vittima di questo sciagurato delitto senza pace.

Se un Paese democratico ha il dovere di non convivere con il dubbio della condanna di un innocente, se l’opinione pubblica ha diritto di essere informata, davanti alla tragedia delle persone coinvolte, persone non personaggi, il giudizio deve essere sospeso. Resta solo il rispetto, finché ha diritto di cittadinanza nel tessuto sociale se non proprio social.