Uccidere i capi del nemico è una specialità di Israele. Lo ha fatto con i terroristi palestinesi, con Hamas, Hezbollah, gli Houthi e adesso lo sta facendo con il regime iraniano al potere dopo la Rivoluzione islamica del 1979.

La resa dei conti con la leadership iraniana è cominciata il 28 febbraio scorso con l’eliminazione del bersaglio grosso, la Guida Suprema Ali Khamenei, raggiunto dalle bombe israeliane durante una riunione con alti funzionari del regime, anche loro rimasti sotto le macerie. Nell’attacco forse è rimasto ferito anche Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, nominato comunque successore, ma per ora invisibile.

Il nuovo leader non si mostra in pubblico perché ferito oppure solo per ragioni di sicurezza? È evidente che Israele conta su una fitta rete di informatori e di spie presenti sul suolo iraniani (la fortunata serie televisiva Teheran non era un’opera di pura fantasia), inoltre ogni uscita pubblica dei personaggi del regime li espone a rischi. Così è stato per il potente Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, figura chiave al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia e sicurezza nazionale. Larijani venerdì scorso si era esposto partecipando a una manifestazione filogovernativa a Teheran. Martedì 17 marzo Larijani è rimasto ucciso sotto le macerie di un attacco israeliano in cui ha perso la vita anche Gholamreza Soleimani, capo delle milizie Basij, una forza paramilitare responsabile della repressione nei confronti della popolazione iraniana. Secondo il ministro della difesa israeliano, Israel Katz, è stato “eliminato” anche il ministro dell’intelligence iraniana, Esmail Khatib, ma da Teheran non sono arrivate conferme.

Ma pur decapitato di capi così importanti, il regime iraniano non mostra segni di cedimento. La guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran è entrata ormai nella terza settimana e il regime, sia pur indebolito nella sua capacità militare, è ancora in grado di lanciare attacchi letali (due cittadini israeliani sono stati uccisi a Tel Aviv da un missile iraniano la sera del 17 marzo). Inoltre dalle città iraniane non arrivano segnali di rivolta da parte della popolazione. Regna ancora una cappa di paura e, come ha svelato uno scoop del Washington Post, lo stesso governo israeliano, mentre incita gli iraniani alla rivolta, confida in via riservata agli Stati Uniti che per i rivoltosi iraniani scendere oggi in piazza significherebbe andare incontro a un massacro.

Come ha scritto il New York Times, “la morte di Larijani solleva interrogativi sul fatto che Israele stia uccidendo così tanti leader iraniani perché questa sembra la via più sicura per raggiungere i propri obiettivi militari — o semplicemente perché ne ha la possibilità. Questo approccio comporta il rischio di ritorcersi contro in modi imprevedibili”. Danny Citrinowicz, ex capo della sezione iraniana dei servizi segreti militari israeliani, in cui ha lavorato per 25 anni, è convinto di una cosa: “Non credo che abbiamo nemmeno scalfito la superficie per quanto riguarda la capacità dell’Iran di trovare sostituti in grado di prendere il posto delle persone che sono state decapitate”. Lo stesso Citrinowicz, parlando con il New York Times, ha osservato che Israele ha ucciso quasi tutti i leader di Hamas a Gaza, oltre a Nasrallah e al suo successore alla guida di Hezbollah. Eppure entrambe le organizzazioni continuano a funzionare, sebbene siano state significativamente indebolite. “Non è che non ritenga la decapitazione uno strumento importante, ma non possiamo costruire una strategia basandoci solo su questo”, aggiunge.

Anche un editoriale del quotidiano israeliano Haaretz sottolinea che con l’uccisione di Larijani la leadership iraniana è senz’altro indebolita, ma resta resiliente.

“Le capacità di Hezbollah non hanno subito alcun contraccolpo nonostante le operazioni militari condotte da Israele”, osserva l’editorialista Amos Harel.

Molti esperti, fin dall’inizio di questa guerra, avevano messo in guardia sulla solidità del regime iraniano che tiene in pugno dal 1979 un paese con 90 milioni di abitanti. Netanyahu e Trump speravano che colpire il bersaglio grosso fin dal primo giorno avrebbe portato alla caduta degli ayatollah e a una rapida fine del conflitto. Non è stato così. E un segno di disagio è arrivato da Washington, con le dimissioni di Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo. Kent si è dimesso citando le sue perplessità riguardo alla legittimazione degli attacchi militari in Iran e affermando di “non poter, in buona coscienza”, appoggiare la guerra dell’amministrazione Trump. “L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana” ha affermato Kent in una dichiarazione pubblicata sui social media.