Dieci anni dopo il referendum che ha cambiato la politica britannica, la Brexit torna al centro della scena. E negli ambienti del giornalismo e della politica comincia a circolare una nuova parola “Breturn”, cioè il possibile rientro del Regno Unito nell’Unione Europea. Si tratta di un’ipotesi ancora molto prematura, ma nei giorni scorsi, dal congresso del Labour a Liverpool, il primo ministro Andy Burnham ha rotto con la prudenza del precedente governo laburista. Nel suo primo grande discorso da leader del Labour e da premier, Burnham ha definito il bilancio della Brexit: «Ha fatto più danni che benefici». Secondo il primo ministro, il Regno Unito non può elaborare una strategia economica e politica di lungo periodo senza affrontare il rapporto con l’Unione europea, principale mercato commerciale britannico.

La questione, ha spiegato, non riguarda soltanto la correzione dell’accordo post-Brexit, ma la definizione del rapporto strutturale con l’Europa per i prossimi decenni.

In vista del prossimo vertice tra Regno Unito e UE, il governo presenterà diversi scenari: un rafforzamento dei rapporti commerciali, un’unione doganale, il ritorno al mercato unico e, come ipotesi di lungo periodo, persino il rientro del Regno Unito nell’Unione europea.

Intervistato dalla BBC, Burnham ha confermato che anche l’opzione di «andare fino in fondo» può essere presa in considerazione. Non ha però annunciato una procedura né indicato una data: l’obiettivo è aprire un confronto nazionale su costi, vantaggi e conseguenze delle diverse alternative.

Il governo non sta chiedendo oggi di rientrare nell’UE, ma mette in discussione l’idea che il rapporto definito dopo Brexit debba essere considerato definitivo. Il cambiamento è evidente rispetto al manifesto laburista del 2024, che escludeva il ritorno nell’UE, nel mercato unico e nell’unione doganale, oltre al ripristino della libera circolazione. La posizione di Burnham parte soprattutto dall’economia. Secondo il premier, l’uscita dall’UE non ha prodotto la prosperità promessa dai sostenitori della Brexit e ha aumentato gli ostacoli commerciali con il principale mercato britannico.

Il premier ha collegato il tema europeo anche all’immigrazione: la Brexit avrebbe ridotto gli strumenti di cooperazione con i partner europei proprio mentre Londra affronta gli arrivi attraverso la Manica. Il messaggio è quindi duplice: più integrazione economica e maggiore collaborazione nella gestione delle frontiere.

“Oggi abbiamo un Primo Ministro che è istintivamente europeista, profondamente favorevole a rapporti stretti con l'Italia e desideroso di rafforzare ulteriormente questa relazione”, ha confermato in un incontro con la stampa italiana Stephen Hockey, che dal giugno scorso è il nuovo ambasciatore del Regno Unito in Italia. “Il primo ministro”, aggiunge l’ambasciatore, “ha affermato di voler costruire una relazione molto stretta e solida con l'Unione europea. Guardiamo con interesse al vertice Regno Unito-UE che dovrebbe tenersi prima della fine dell’anno".

Da Bruxelles, la Commissione europea ha dichiarato di essere disponibile a discutere le opzioni proposte da Londra. Tuttavia, un eventuale rientro nell’UE non sarebbe un semplice ritorno allo status quo precedente al 2016.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha ricordato che il Regno Unito non potrebbe scegliere soltanto gli aspetti dell’integrazione ritenuti convenienti: un nuovo ingresso comporterebbe l’accettazione delle regole e degli obblighi legati alla membership.

La riapertura del dossier ha provocato la reazione di Nigel Farage, leader del partito Reform UK e protagonista della campagna per l’uscita dall’UE nel 2016. Farage accusa Burnham di aver riaperto una questione divisiva e definisce la sua posizione un regalo per Reform. Se il Labour farà del rapporto con l’UE un tema centrale della prossima campagna elettorale, sostiene Farage, il suo partito è pronto a combattere.

La Brexit resta infatti uno dei pilastri dell’identità politica di Reform UK. Qualsiasi ipotesi di ritorno verso l’Europa offrirebbe a Farage l’occasione di rilanciare la battaglia sulla sovranità nazionale.

Burnham presenta il confronto sull’Europa come un modo per superare la stagione della divisione; gli avversari temono invece che possa riaprirla.

Il premier non propone per ora un nuovo referendum sul semplice binomio «Brexit sì» o «Brexit no», ma un esame delle diverse configurazioni possibili. Un’unione doganale significherebbe maggiore integrazione commerciale, il mercato unico un più stretto allineamento alle norme europee, mentre il rientro nell’UE richiederebbe un negoziato molto più ampio.

Burnham ha lasciato aperta anche l’ipotesi di sottoporre la scelta agli elettori, attraverso un referendum o un mandato ottenuto alle prossime elezioni generali. Per ora non esiste un calendario per il ritorno nell’Unione, ma il tema è tornato ufficialmente sul tavolo del governo britannico.

La Brexit, a lungo considerata irreversibile, torna così a essere una questione politica aperta. Non è ancora una trattativa per rientrare nell’UE, ma dopo Liverpool il ritorno del Regno Unito in Europa è diventato un’opzione di cui il governo dichiara pubblicamente di voler discutere.