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Una petroliera bloccata davanti allo Stretto di Hormuz.
C’è un libro incompiuto di Pier Paolo Pasolini che oggi suona come una profezia. Si intitola Petrolio. Un romanzo visionario, oscuro, dove il petrolio non è soltanto una materia prima ma una metafora del potere moderno. Per Pasolini rappresentava addirittura il nuovo fascismo globale: il simbolo del consumismo che divora le radici della civiltà contadina e sostituisce la memoria con il profitto.
Mezzo secolo dopo, quella intuizione sembra materializzarsi ogni giorno nei titoli dei giornali. Petrolio, petrolio, petrolio. Lo leggiamo nelle cronache economiche, ma anche in quelle politiche e militari. Esplode il prezzo della benzina, salgono le bollette del gas, migliaia di petroliere sono alla fonda davanti allo Stretto di Hormuz bloccato, e improvvisamente capiamo che dietro una pompa di carburante si nasconde una scacchiera geopolitica globale.
Non è certo la prima volta. L’oro nero, ieri come oggi, sta sotto tutto. Sta dietro alle tensioni con il Venezuela che hanno portato al blitz americano e all’arresto di Nicolás Maduro, riportato in America in catene come Vercingetorige da Cesare a Roma. Sta dietro allo scontro permanente con l’Iran degli ayatollah. E prima ancora stava dietro alla guerra del Golfo contro l’Iraq del 1990 e a quella del 2003, alle crisi del Medio Oriente, alle rivalità tra grandi potenze. È il filo invisibile che collega economie, conflitti e diplomazie.
Basta guardare una carta geografica. Nel Golfo Persico c’è un passaggio stretto come un imbuto: lo Stretto di Hormuz. Da lì transita una quota enorme del petrolio mondiale, e quasi il 90 per cento delle esportazioni energetiche di alcuni Paesi del Golfo. Gran parte di quel greggio prende la rotta dell’Asia, soprattutto verso la Cina. È il vero collo di bottiglia dell’economia globale. Se L’Iran decidesse di chiuderlo definitivamente, il pianeta entrerebbe in apnea. Per questo Trump sta mandando i marines a prendersela.
Con il petrolio si può ricattare il mondo. Chi è nato negli anni Sessanta e Settanta ricorda la prima volta in cui questa verità diventò evidente. Era il dicembre del 1973. Nevicava sulle città europee e nelle strade c’è una scena irreale: automobili ferme, strade invase da pedoni, biciclette, gente a cavallo, carrozze, slitte improvvisate. Le famose domeniche a piedi. Per i bambini quei giorni senza macchine erano quasi una festa: qualcuno tirava fuori un carretto, altri sci di fondo. Sembrava una parentesi romantica. Seguì la roulette automobilistica delle targhe alterne: i più fortunati erano quelli che avevano la 500 con targa pari e la 128 con targa dispari . Poi arrivò il conto. Salato.
Tutto cominciò il 6 ottobre 1973 quando Egitto e Siria attaccarono Israele nel giorno dello Yom Kippur. La guerra durò poche settimane ma produsse un terremoto economico mondiale. L’Occidente scoprì la globalizzazione, quella che secondo Federico Rampini con Trump (lui lo pronuncia “Ciomp”) è al capolinea di una nuova era. I Paesi arabi dell’OPEC decisero di usare il petrolio come arma politica. Embargo contro gli Stati Uniti, colpevoli di sostenere Israele, e pressione sull’Europa la più fragile perché totalmente dipendente dalle materie prime. Come si vede sarà anche esaurita la globalizzazione, ma il quadro non è cambiato.
Il prezzo del greggio quadruplicò in pochi mesi. File interminabili ai distributori. Inflazione alle stelle. L’Occidente scoprì una verità che fino ad allora aveva ignorato: il suo benessere dipendeva da un liquido nero pompato sotto deserti lontani.
Non finì lì. Sei anni dopo arrivò il secondo shock. Nel 1979 la rivoluzione islamica rovesciò lo Scià in Iran e portò al potere Ruhollah Khomeini. La produzione petrolifera iraniana crollò e i mercati reagirono con il panico. Anche se la perdita reale di greggio era limitata, i prezzi raddoppiarono. Nacque allora una parola nuova: stagflazione. Prezzi che salgono mentre l’economia si ferma. Da quel momento il petrolio divenne ufficialmente una leva di potere globale.
Le crisi successive lo confermarono. Ogni volta il mondo ha scoperto che il petrolio e il suo fratello minore fossile, il metano, non è solo una merce: è una leva politica. Lo stiamo vedendo con il gas russo, boicottato dall’Europa, con il colpo di scena degli Usa che riprendono le forniture. Il caos totale.
Oggi la partita è ancora più complessa. Gli Stati Uniti hanno messo fine alla loro dipendenza grazie alla rivoluzione dello shale oil, il petrolio ricavato dalle pietre attraverso la tecnica del fracking, ma non alla loro avidità e ai loro affari. L’alleanza tra Arabia Saudita e Russia nell’OPEC plus regola i rubinetti della produzione globale. La Cina osserva tutto con pragmatismo, assicurandosi forniture da ogni continente.
Eppure il paradosso è evidente. Il mondo parla di transizione ecologica, di energie rinnovabili, di auto elettriche. Ma intanto continua a vivere di petrolio e i contraccolpi sono immediati in un mondo ancor più globalizzato degli anni ‘70. I trasporti, l’industria chimica, la logistica globale: tutto dipende ancora dal greggio. Per questo la parola “petrolio” rimbalza ogni giorno sulle prime pagine. Non è soltanto economia. È politica, è strategia, è guerra e pace. L’Europa ha fatto sua la lezione del 1973 con la guerra del Kippur, che aveva cisto le domeniche a piedi, le targhe alterne, l’aumento delle bollette la stagflazione, la crisi dell’industria. Fu proprio allora che si cominciò a parlare di energie alternative e di nucleare pulito. Ma la strada per arrrivare all’autonomia energetica è ancora lunga, troppo lunga.









