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«Quando mi chiedono quando è iniziato, non so rispondere, non so se tu, là nel futuro l’hai capito. Effettivamente non c’è un istante preciso o un unico motivo, è stato un agglomerato di situazioni che ci hanno portato ad allontanarci sempre di più da tutto e da noi stesse di allora. Sicuramente c’è stato un punto da cui è partito tutto, lo ricordi? Ha cambiato ogni schema, macchiando ogni nostro luogo nel tempo. Ma poi però ha smesso di essere un singolo punto, è diventato qualcosa che prendeva spazio, e si portava dentro anche il resto…». Inizia così il racconto di Aurora, 17 anni, e del suo ritiro sociale. Aurora scrive alla bambina che è stata, quella bambina che a 9 anni ha iniziato ad avere problemi seri, problemi veri. A stare male e, poi, sempre peggio. Tanto da non andare più a scuola.
Aurora ha scritto quel che ha provato in questi anni di solitudine, «quella dolce, malconcia tristezza» chiusa in casa in quelle quattro mura che per lei sono diventate «il posto sicuro, in cui non chiedere permesso, in cui finalmente poter essere» e ritrovare se stessa. Le sue prof, che la seguono a distanza, hanno candidato quel testo al concorso Adotta “l’Orso” all’interno del Salone Internazionale del libro di Torino 2026 e lei ha vinto il premio letterario nella sua categoria, la scuola.
Mamma Roberta ce ne parla con passione e volontà di cambiare le cose. Casalinga per necessità, «non potevo che dedicarmi a lei» ha scelto di raccontare la storia di Aurora dopo che la figlia stessa, una volta vinto il premio, ha trovato il coraggio di renderla pubblica. «Aurora ha iniziato a non stare bene nel 2017, che aveva 9 anni con un peggioramento a cavallo del Covid. Lì ha trovato la sua comfort zone perché poteva stare a casa come tutti senza sentirsi in difetto. Quando hanno riaperto le porte ha provato a tornare a scuola, senza riuscirci e lì è iniziato il vero e proprio ritiro sociale e la fobia per la scuola. Non riesce a stare a contatto con i coetanei, non ha amicizie. Quelle che aveva erano tutte delle elementari perché già dalla seconda media era chiusa in casa. Oggi le sue amiche sono le mie amiche… che per lei ormai sono delle zie».


La scuola? «Siamo riusciti con un progetto dei servizi sociali a farle sostenere l’esame delle medie con l’istruzione domiciliare e una prof che veniva a casa. Poi alle superiori l’abbiamo iscritta in una paritaria. Un anno l’ha perso, poi sono riuscita a ottenere che la scuola facesse un percorso per lei, cucito su di lei. Con una persona dedicata visto che Aurora fa molta fatica a relazionarsi, a entrare in empatia. Lo scorso anno il miracolo: ha creato un rapporto bellissimo con due docenti. Una ha partorito da poco più di un mese e sapevamo che non ci sarebbe stata. Per l’altra avevamo fatto la domanda di continuità perciò ero serena e, invece, a settembre è stata spostata. Ed ecco che si è scatenato il panico».
Un’ansia pazzesca che Aurora scarica dormendo… «Dorme tantissimo. Quel che non concepisco è che non sia stata tutelata la sua fragilità. Bastava lasciarle la sua insegnante di sostegno». Prof che, per altro, l’ha accompagnata a Torino quando c’era da ritirare il premio «ed è stato lì che si sono conosciute di persona per la prima volta».
Col premio è nata l’idea di un documentario Aurora oltre la porta che stanno girando proprio in questi giorni e che racconterà tutta la sua storia firmato da Stefano Ferrari. Con le voci della professoressa, della psicologa, degli assessori dell’Emilia-Romagna, la regione in cui vivono. «Per le famiglie in difficoltà la scuola è un punto delicatissimo. Se non hai una rete di persone intorno che ti aiutano – penso all’associazione Hikikomori a cui sono iscritta- è difficile interagire da solo, come genitore».
Un’urgenza, quella di raccontare, che nasce dalla volontà di aiutare altri genitori come lei: «che vivono le stesse fragilità. Distribuendolo, poi, nelle scuole per far capire la situazione di questi ragazzi. Anche se adesso Aurora, rispetto agli anni passati, sta meglio. Ma la sua non è una vita reale, esce pochissimo, non riesce a stare a casa da sola perché va subito in ansia. Ecco allora l’appello alla scuola per la continuità didattica, ma anche alla società tutta perché non si dimentichi di questi ragazzi».
Da mamma? «È straziante perché io alla sua età ero sempre in giro con le amiche, mi piaceva stare in mezzo alla gente. Aurora da bambina era vivace e spensierata… vederla ora… e sapere che sta perdendo gli anni più belli della sua vita è inaccettabile».







