Nella seconda giornata del suo viaggio in Uruguay, papa Leone è stato accolto a Paysandú, la terza città più popolosa del piccolo Paese latinoamericano, a 400 chilometri da Montevideo. Qui il Pontefice ha presieduto la prima celebrazione eucaristica del suo viaggio in America Latina. Il Pontefice lo ha sottolineato all’inizio della sua omelia, ringraziando tutte le persone presenti nel parco “Paris Londres”, luogo scelto per la celebrazione.

Conosciuta come La Heroica (La Città Eroica), in memoria della resistenza dei suoi abitanti durante l'assedio del 1864-1865, Paysandú in gran parte parla italiano. In tutto l’Uruguay si stima che gli oriundi (italo-discendenti) siano oltre 1 milione e mezzo, il 44% della popolazione complessiva. Paysandú è la città che ha avuto maggiore influenza dall’Italia: qui attualmente si stima che oltre il 60% della popolazione di circa 80.000 abitanti sia di origine italiana.

Paysandú si trova nella zona settentrionale dell'Uruguay, vicina al confine con l’Argentina. La Diocesi di Salto di cui Paysandú fa parte copre un territorio molto vasto e ha tre valichi di frontiera importanti. E proprio la sua posizione geografica ha determinato la scelta di questa città come tappa del viaggio del Papa, perché può essere raggiunta più facilmente da pellegrini in arrivo da Argentina e Brasile. Lo ha spiegato prima della messa in un’intervista ad Adn-Celam, monsignor Arturo Fajardo, vescovo di Salto: «Il fiume Uruguay o il fiume Cuareim non ci separano, ma ci uniscono. In questo senso, c’è uno sforzo per continuare a crescere come Chiese sorelle».

Di fronte a 40mila fedeli, arrivati da diversi Paesi del continente, il Pontefice ha celebrato la Santa Messa votiva in onore del Beato Jacinto Vera (1813-1881), il primo vescovo dell'Uruguay, chiamato anche “vescovo gaucho” per la sua consuetudine di raggiungere le comunità della campagne e compiere la sua opera di evangelizzazione viaggiando a cavallo. Papa Leone lo ha ricordato, parlando del Beato Jacinto come di un «testimone coerente della fede che proclamava, generoso nella carità e completamente dedicato alla missione apostolica». Il Pontefice ha raccontato che il Vescovo «si recava a visitare i malati a cavallo, nonostante le grandi distanze, i pericoli del cammino e le intemperie».

Il Papa si è poi rivolto ai fedeli: «Oggi tocca a noi continuare l’eredità che questi seminatori del Vangelo ci hanno lasciato». E dobbiamo farlo con giustizia, con onestà e fedeltà, consapevoli che il messaggio che annunciamo non ci appartiene, è un tesoro che abbiamo ricevuto dal Signore e lo portiamo in basi d’argilla».

Il Papa passa a bordo della papamobile in mezzo alla folla di fedeli riuniti al parco \\\"Paris Londres\\\".
Il Papa passa a bordo della papamobile in mezzo alla folla di fedeli riuniti al parco \\\"Paris Londres\\\".

Il Papa passa a bordo della papamobile in mezzo alla folla di fedeli riuniti al parco "Paris Londres".

(REUTERS)

Leone ha continuato spiegando che tre simboli caratterizzano questa regione: il ponte, le palme, la hierba mate. A Paysandù «si trova il ponte internazionale General Artigas, che attraversa il fiume Uruguay unendo due Paesi limitrofi. Non è difficile immaginare i benefici che genera un ponte: apertura, comunicazione, scambi. Perciò quanto è importante essere costruttori di ponti. Questa è la vocazione a cui tutti siamo chiamati», sottolinea il Papa con forza mentre dai fedeli sale un applauso. «Costruire ponti, rafforzare legami, unire, comunicare, trasmettere la gioia della fede». Il ponte deve avere buone fondamenta per non crollare sotto le intemperie, osserva il Papa. E allora è necessario ricordare quanto sia importante una «solida formazione cristiana», per rendere ragione della propria fede.

Il secondo simbolo: le palme. «Questo albero è resistente alla forza del vento, ha radici profonde, si eleva dritto verso il cielo in cerca di luce e produce il dolce frutto del jaca. È un’immagine bellissima dell’origine e della meta alla quale siamo chiamati, radicati in Cristo, alfa e omega, principio e fine della nostra vita. Rimanendo uniti a Lui infatti produciamo frutti buoni». La palme però non sono da sole e distanziate, formano dei palmeti. «Anche la Chiesa è una comunità di fratelli che affonda le radici e beve da una sorgente comune, la Parola di Dio, i sacramenti, la preghiera e l’azione caritativa».

Infine, il terzo simbolo: Leone ha ricordato una delle più radicate, diffuse, popolari consuetudini dell’Uruguay, una tradizione che in buona parte dell’America Latina è un vero e proprio rituale, dal quale non ci distacca neppure quando si va all’estero. Un simbolo «presente in ogni casa di questo Paese, in ogni luogo di studio e di lavoro, in ogni incontro fra amici. Mi riferisco al mate, una bevanda così tipica del Sudamerica, il cui significato profondo voi potete spiegare meglio di me. Sicuramente il mate vi ha accompagnato anche oggi, nel viaggio verso questa celebrazione. E vi accompagnerà al ritorno». Il Papa ha aggiunto, tra gli applausi scroscianti e i sorrisi dei presenti: «Il mate è arrivato anche fino a Roma». E ha proseguito: «Il mate è segno di familiarità, di amicizia e di incontro. Ci insegna a condividere e a stare insieme, a rafforzare i legami che ci uniscono e ci rendono fratelli e sorelle. È segno di accoglienza, di integrazione, di valori comuni». Il Papa ha ricordato anche il mate che si beve da soli, o nei momenti di silenzio e preghiera. «In quegli spazi di solitudine quante volte tanti di voi avranno confidato a Dio le vostre preoccupazioni e necessità, i vostri desideri, i vostri sogni più profondi».

Leone ha dunque esortato i fedeli a riflettere su questi simboli comuni, che danno identità e senso di appartenenza, richiamando le origini di ciascuno. «Anche la fede», ha osservato il Pontefice, «fa parte del popolo uruguayano fin dalle sue origini. Ed è necessario trasmetterla alle future generazioni con coraggio creativo», richiamando la necessità di continuare a educare i più piccoli nella fede, accompagnare le famiglie, sostenere gli anziani e compiere opere di carità.