PHOTO
Umberto Bossi a Gemonio (Varese) per i 40 anni della Lega, 13 aprile 2024. ANSA/ ENZO LAIACONA
Caro don Stefano, è un bene che Umberto Bossi un mese prima di morire abbia avuto un’ora di colloquio/confessione con un prete, come ci ha raccontato Francesco Anfossi sul sito.
Ringraziamo il Signore, sempre misericordioso con tutti noi. Ma non si può non parlare degli oceani di odio che Bossi ha versato nella sua carriera. Con i suoi amici del varesotto – tra cui Maroni, Leoni ecc. – si sono scagliati prima contro i “terroni” e poi contro i migranti per trovare per sé e i loro amici un’occupazione di lusso in Parlamento, nei Consigli regionali, negli enti locali, nelle municipalizzate, nelle banche, ecc.
Ha fatto emergere il peggio che c’è nell’animo umano, facendo dimenticare le basi del vivere civile e cristiano. Ha sdoganato l’odio razziale parlando di sostituzione etnica nel Nord da parte del Sud, ha lanciato proclami di secessione, ha minacciato la guerra civile. Ha stimolato alla maleducazione e alla volgarità del linguaggio nelle istituzioni. Dopo aver proclamato Roma “ladrona”, si sono dati al furto normalizzato. Sempre dimostrando insofferenza verso lo Stato e le norme che lo regolano, salvo poi farne comunque parte con opportunismo e ipocrisia.
E che dire dei 49 milioni di euro indebitamente rubati e non ancora restituiti allo Stato che con la Lega è stato sempre molto benigno? E delle decine di blocchi stradali e autostradali che gli agricoltori Lumbard hanno organizzato nella lunga guerra delle quote latte e, più recentemente, alle cartelle di tasse non pagate ma rottamate? E che dire dello scandalo della CrediNord?
COSIMO URSO
Caro Cosimo, non si può certo imputare a Famiglia Cristiana una particolare indulgenza nei confronti della Lega, a cui abbiamo dedicato fin dalla sua fondazione numerose inchieste, articoli, commenti e reportage.
Direi, anzi, che non siamo stati certo indulgenti con lui seguendo le tante evoluzioni del movimento, i suoi protagonisti a cominciare da Bossi stesso, le sue Pontida, l’antimeridionalismo, l’ostilità agli immigrati, l’egoismo secessionista, l’anticlericalismo a corrente alternata, i guai finanziari e le inchieste che girano intorno al partito (a cominciare dai famigerati 49 milioni spariti), i suoi sincretismi e paganesimi religiosi, le ampolline, il dio Po e via dicendo.
Tuttavia, è doveroso per noi – come cronisti, cristiani e uomini – non tacere un fatto acclarato che ci è stato confermato da don Cesare Zuccato, il parroco di Luino (Varese) che lo ha confessato poco prima della morte e che il nostro Anfossi ha intervistato: nell’ultimo periodo della sua vita Umberto Bossi si è riavvicinato alla fede, andava regolarmente a Messa ed è presumibile (e, da cristiano e da prete dico: anche sperabile) che sia morto in grazia di Dio. Era una notizia, visto anche il suo passato, ed è di conforto per lui come per chiunque si addormenti nella speranza della vita eterna. Ed è anche motivo di riflessione per tanti che hanno creduto nel suo goffo paganesimo, restituendo al Po la sua vera natura, che è quella di fiume e non di “dio celtico”, e in altre baggianate del genere.
La notizia di quell’ora di colloquio e di confessione ormai alle soglie della morte, ci deve dunque invitare al silenzio rispettoso e alla gratitudine. Ogni ritorno a Dio è un mistero di grazia che non spetta a noi misurare. La misericordia del Signore non è il premio dei giusti, ma il rifugio dei peccatori: per questo la Chiesa non smette mai di sperare per nessuno.
Ma questa stessa speranza, come dicevo, non ci può esimere da un giudizio sulla storia. La vicenda pubblica di Umberto Bossi ha inciso profondamente nel tessuto civile e culturale del Paese. Non si può negare che, in stagioni decisive, parole e gesti abbiano contribuito a diffondere contrapposizioni dure, a legittimare linguaggi divisivi, a seminare diffidenza verso il diverso, prima nei confronti dei meridionali, poi dei migranti. La politica, quando rinuncia a custodire la dignità dell’altro, diventa una scuola di diseducazione collettiva. E di questo restano ferite, che ancora chiedono riconciliazione.
Ci sono poi pagine oscure, che appartengono non solo a una persona ma a un sistema: vicende giudiziarie, gestione discutibile di soldi e potere, contraddizioni tra mille proclami e comportamenti. Anche qui non si tratta di infierire su un uomo che ha concluso il suo cammino, ma di riconoscere che il male compiuto – personale o strutturale – ha conseguenze reali e chiede verità, giustizia e, per quanto possibile, riparazione.
E, tuttavia, se ci fermassimo a questo, tradiremmo lo sguardo cristiano. La tentazione è sempre quella di ridurre una vita a una sentenza definitiva: o assoluzione senza memoria, o condanna senza appello. Il Vangelo ci chiede invece di tenere insieme due esigenze: la chiarezza sul male e la fiducia nella possibilità del bene. Anche una storia segnata da errori gravi non è sottratta alla libertà di un ultimo atto, di un pentimento sincero, di un abbandono alla misericordia.
Forse, più che giudicare la coscienza di un uomo, questa vicenda interroga la nostra. Ci chiede quale linguaggio abitiamo, che paure alimentiamo, quali divisioni tolleriamo o addirittura incoraggiamo. Ci ricorda che l’odio non nasce all’improvviso: cresce quando trova terreno fertile nell’indifferenza, nella convenienza, nel silenzio. E ci invita a vigilare perché la politica torni a essere servizio, ricerca del bene comune, esercizio di responsabilità. Alla fine, davanti a Dio, ciascuno sta con la propria verità e con la propria povertà.
Se davvero, come ci è stato raccontato, c’è stato un momento di riconciliazione, allora possiamo solo affidare anche Bossi alla misericordia infinita del Padre. E insieme chiedere per noi, per la Chiesa e per il Paese, il dono di una memoria onesta e di un cuore capace di conversione. È questo, in fondo, il senso cristiano del giudizio: non cancellare il male ma non lasciare mai che abbia l’ultima parola.














