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Simona Silvestro (al centro) insieme agli altri relatori dell’incontro «Lo psicologo in ambito penitenziario: criticità e proposte», organizzato il 6 novembre a Milano dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Ha lavorato per anni dentro le carceri lombarde, dove ha coordinato progetti di reinserimento e aperto il primo centro diurno riabilitativo per detenuti con fragilità psichiche a San Vittore. Oggi Simona Silvestro è segretaria dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL) e coordina il Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria.
Si è parlato di questo oggi, 6 novembre, alla Casa della Psicologia di Milano, durante l’incontro Lo psicologo in ambito penitenziario: criticità e proposte, dove l’OPL ha presentato i risultati di un’indagine su 185 professionisti che lavorano negli istituti lombardi. Il quadro è quello di una professione molto esposta: oltre il 70% degli intervistati ritiene che il lavoro comporti rischi per la propria incolumità, circa il 60% non ha ricevuto formazione specifica sulla gestione delle emergenze e il 59,3% lavora in partita IVA. Le abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza e come sono cambiate le carceri negli anni, e cosa chiedono oggi gli psicologi alle istituzioni.
Come è arrivata al carcere dopo la laurea in psicologia?
«È stata una scelta mia. Dopo la laurea mi ero orientata verso la psicologia del lavoro, poi sono stata chiamata a coordinare “Punto a capo”, un progetto del Comune di Milano per il reinserimento dei detenuti in uscita. Così, attraverso il terzo settore, ho iniziato a occuparmi di carcere e di persone con problemi di salute mentale. Ho scoperto un mondo nascosto, con tantissime persone molto fragili, e ho aperto il primo centro diurno riabilitativo dentro San Vittore, a cui ne sono seguiti altri».
C’è un episodio che racconta cosa significhi fare la psicologa in carcere?
«Si diventa un punto di riferimento, soprattutto per chi esce. Ho lavorato molto con le persone dentro e poi le ho rincontrate fuori: una specie di boa di ancoraggio positivo a cui, chi lo vuole, può aggrapparsi. Ho delle lettere bellissime scritte da detenuti e ricordo chi è riuscito a svoltare, a cambiare mestiere, a non recidivare. Ma ricordo anche i fallimenti: persone su cui avevamo fatto un grosso investimento e che purtroppo non ce l’hanno fatta».
Com’è cambiato il carcere da quando ha iniziato?
«È cambiata la popolazione. All’inizio c’era una criminalità “competente”, non necessariamente con un fondo patologico: persone che “sanno fare la galera”. Poi c’è stata una forte migrazione, e oggi italiani e stranieri hanno quadri sempre più complessi e patologici. Io ho visto anche i manicomi in fase di chiusura, e certi istituti oggi ci assomigliano moltissimo: persone che sbattono la testa contro il muro, che parlano da sole, che si autolesionano. Scene traumatiche anche per gli operatori, per questo ci occupiamo anche di loro».
Il report dice che il 61,8% degli psicologi ha meno di 5 anni di esperienza in carcere e solo il 7% più di 20. Perché si abbandona?
«Pensiamo che i colleghi trovino altri ambiti più remunerativi e psicologicamente meno stressanti. Serve passione: è quasi una missione, un investimento in un’area che altrimenti resta invisibile. Il nostro compito è anche portare fuori quello che succede lì dentro. Mi occupo anche di persone con disabilità in carcere, con il progetto “Gli invisibili”: abbiamo scoperto tantissime persone con disabilità gravi, come sordomuti o con ritardo intellettivo, spesso mai diagnosticate».
Il 70% degli psicologi percepisce rischi per la propria incolumità e il 60% non ha mai ricevuto formazione specifica. Com’è lavorare così?
«A noi sono capitati episodi anche più forti di quelli raccontati stamattina. Mi è successo di restare chiusa in una sezione con altri detenuti, senza un agente al piano: chiusi vuol dire senza possibilità di fuga. Ci hanno aiutato altri detenuti, che sono andati a chiamare gli agenti. Non sono sorpresa dal dato, queste cose le vedo tutti i giorni. Il sovraffollamento ha peggiorato tutto: siamo sotto su tutta la linea, sia come agenti sia come psicologi. E ora le celle sono chiuse in quasi tutti gli istituti, tranne Bollate e reparti sperimentali come “La Nave”: questo genera compressione e più rischio di agiti. Ci sono poi colloqui clinici dopo le quattro, quando gli agenti sono molto meno, e zone non controllate nemmeno dalle telecamere. Vanno sistemate, altrimenti aspettiamo la tragedia, come quella della collega aggredita due anni fa».
Qual è la fotografia di oggi e cosa chiedono gli psicologi alle istituzioni?
«Ci stiamo concentrando sulla formazione strutturata insieme alle istituzioni: sicurezza, elaborazione dei traumi, supervisione, debriefing sugli eventi critici. Negli ultimi anni su questi temi si è lavorato molto con la Polizia penitenziaria, ma non con gli psicologi. Sulla sicurezza ci sono soluzioni anche economiche, come i bottoni d’allarme sotto la scrivania o le telecamere. Al centro diurno di Monza ho dovuto aspettare mesi per avere un telefono con cui avvisare gli agenti: intanto abbiamo lavorato senza un dispositivo fondamentale».
Il 75% ritiene il compenso non equo e il 59% è in partita IVA. Cosa dovrebbe cambiare?
«Stiamo chiedendo alle ASST di portare la paga oraria da 25 a 30 euro, come quella del Ministero della Giustizia, per evitare iniquità interne. Vorremmo anche più assunzioni: al Beccaria, per esempio, ci sono psicologi strutturati, che restano più a lungo e prendono in carico i minori per un periodo. Oggi molti psicologi a partita IVA hanno di fatto un rapporto da dipendenti, con turni a Natale e Capodanno e coperture notturne, ma senza le garanzie dei dipendenti. Ogni anno il contratto va rinnovato, e così rischiamo un turnover di persone che si scoraggiano e scelgono altri percorsi».









