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Egitto, la resa dei conti

15/08/2013  Com'è già successo in Siria, anche in Egitto la repressione rischia di trasformarsi in guerra civile. La spinta dei Fratelli Musulmani, l'azione dei generali, i rischi per i cristiani copti.

Due anni e mezzo dopo la cacciata di Hosni Mubarak (febbraio 2011), l'Egitto è tornato al punto di partenza: l'esercito spara per strada, un generale (Abdel Fattah al Sissi) controlla il Paese, una parte importante della popolazione (oggi i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori) grida al tradimento, molti impugnano le armi. E su tutti aleggia l'ombra della guerra civile, e di uno scatenamento della violenza contro le minoranze di cui l'assalto alle chiese cristiane è un primo, preoccupante segnale.

Anche il bilancio dei morti ricorda quello di due anni fa: allora caddero negli scontri di piazza più di 800 egiziani, oggi i Fratelli Musulmani parlano di migliaia di vittime mentre le ipotesi più accettate si attestano comunque su 600. E gli scontri non sono certo conclusi.

L'Occidente assiste impotente e indeciso. Da un lato, nessuno si fida dei Fratelli Musulmani e del loro leader Mohammed Morsi, deposto e confinato agli arresti domiciliari dai generali. In un anno di Governo, dopo la nomina democraticamente ottenuta nelle elezioni presidenziali del 2012, a sua volta annunciata dalla vittoria dei Fratelli Musulmani nelle elezioni parlamentari del novembre 2011 (45% dei voti e 230 seggi su 508), Morsi non ha dato segni di saper governare la disastrata economia del Paese, mentre ha cercato in ogni modo di stravolgere, a favore proprio e del proprio movimento, la struttura istituzionale dell'Egitto.

Una strategia perdente, anche perché non bisogna dimenticare che la vittoria di Morsi era arrivata dopo un serrato testa a testa (5,7 milioni di voti per Morsi, 5,5 per l'avversario) con Ahmad Shafiq, candidato sostenuto dai militari ma anche da molti strati della popolazione egiziana (per esempio, i 10 milioni di cristiani copti) che temevano un'eccessiva concentrazione di potere nelle mani dei Fratelli Musulmani. La società egiziana, insomma, era profondamente divisa anche prima che Morsi tentasse la sfida per ottenere poteri quasi assoluti.

Dall'altro lato, è impossibile tollerare che, in nome della "democrazia", si possa sparare sui dimostranti, come hanno fatto in questi giorni i militari che volevano sgomberare i "campi" allestiti dai Fratelli Musulmani in diverse zone del Cairo. Anche perché vale per i militari lo stesso ragionamento fatto per Morsi: i Fratelli godono di ampio seguito nel Paese, quindi non resta che trovare con loro una soluzione politica alla crisi, oppure affidarsi a una repressione che, da sanguinosa qual è, può appunto trasformarsi in guerra civile. Proprio com'è successo in Siria.




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