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I rappresentanti della Lista studentesca in conferenza stampa lo scorso 29 ottobre a Belgrado, a Pionirski Park.
da Belgrado
Sedici minuti di silenzio, come il numero delle vittime, esattamente alle 11,52, il momento in cui il primo novembre di due anni fa avvenne il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel nord della Serbia. Lo scorso primo novembre alcune migliaia di persone si sono radunate di nuovo alla stazione di Novi Sad, per commemorare le vittime del crollo. E non dimenticare. Quell’avvenimento terribile è stato l’apice del malcontento degli studenti, che hanno dato vita a un vasto movimento di protesta, occupando le sedi delle facoltà e radunandosi a manifestare nelle piazze contro il presidente Aleksandar Vučić e la mala gestione del Governo, contro la mancanza di trasparenza negli appalti pubblici e la negligenza delle istituzioni, contro la corruzione dilagante, contro una politica basata su clientelismi, favoritismi, contro un potere sempre più autoritario. E ora in Serbia le cose stanno cambiando. La Lista studentesca scaturita dal movimento degli studenti ha vinto le elezioni parlamentari del 25 ottobre con una larga maggioranza, sconfiggendo Vučić, candidato premier.
«La protesta degli studenti, che ha avuto poi conferma nelle elezioni, è legata strettamente all’ultimo decennio, ai 14 anni in totale nei quali Vučić è restato al potere, prima come premier, poi come presidente, e a tutto quello che è avvenuto in questo periodo». A commentare è Vladimir Simović, 43 anni, sociologo, attivista politico, coordinatore del programma per i diritti del lavoro presso il Centro per le politiche di emancipazione. Lo incontriamo in una delle zone più animate di Stari Grad, il vivace centro storico di Belgrado, una delle municipalità della capitale di cui lui è stato consigliere.


Il sociologo e attivista politico serbo Vladimir Simović.
«La Serbia è diventata un Paese carissimo, Belgrado è una città dove il costo della vita è molto elevato, soprattutto se comparato agli stipendi. Il salario minimo si aggira sui 500 euro, quello medio è di circa 1.000 euro, quello mediano, il dato più indicativo, 800 euro. Per non parlare delle pensioni, che sono bassissime. E’ evidente che per i lavoratori serbi sostenere i costi qui è molto difficile. E nel resto del Paese non va molto meglio, i costi sono un po’ inferiori rispetto alla capitale ma restano elevati».
Simović è tra i promotori del programma Decent work Balkans (Lavoro dignotoso nei Balcani), una rete che unisce sindacati e organizzazioni civili nei Balcani occidentali. Ed è tra i redattori di due dossier del 2024 promossi dal Centro per le politiche di emancipazione: uno sulla condizione dei lavoratori dell’industria automobilistica serba, l’altro focalizzato sull’industria tessile, in collaborazione con la campagna internazionale Abiti puliti. La fotografia che emerge dai dati è quella di un Paese attraversato da profonde disuguaglianze, che l’aumento dei costi dei beni alimentari e dell’energia hanno contribuito a peggiorare. Anche se il numero dei disoccupati nell’ultimo decennio è diminuito, la Serbia è diventata un Paese di lavoratori impoveriti, dove più del 27% dei cittadini sono a rischio povertà o esclusione sociale. Dalle ricerche emerge che la posizione periferica, marginale alla quale la Serbia è stata relegata nel periodo della transizione, dopo la fine della guerra dei Balcani, ha portato l’economia serba – così come quelle degli altri Paesi della regione – a dipendere dagli investimenti e dal capitale stranieri.
È chiaro, osserva Simović, che gli studenti si sono fatti portavoce di un disagio che attraversa tutta la società, in modo trasversale. Le loro rivendicazioni coinvolgono tutti i cittadini, o la maggior parte di loro. Per questo motivo, il movimento degli studenti si è allargato, è stato sostenuto e condiviso dal resto della società, fino a trovare un’espressione politica e a conquistare la vittoria alle elezioni.


Una veduta panoramica della valle del fiume Jadar, interessata dal progetto minerario della multinazionale Rio Tinto.
(REUTERS)La società civile in Serbia è molto attiva e partecipativa. Il sociologo ricorda il vasto movimento di protesta nato intorno al progetto di sfruttamento minerario nella valle del fiume Jadar, per l’estrazione di litio e boro, al quale Vučić è sempre stato favorevole. «Il progetto, gestito dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, ha suscitato le proteste della popolazione locale e degli agricoltori contro il rischio di danni ambientali e di inquinamento delle falde acquifere a scapito dell’agricoltura». Nel 2022, a seguito delle contestazioni, il Governo ha revocato le licenze a Rio Tinto. Nel 2024 la Corte costituzionale ha annullato la revoca, scatenando un nuovo moto di protesta. «La Commissione europea è stata complice del progetto minerario: nel 2025 ha inserito Jadar tra i progetti strategici fondamentali per l’Europa nell’ambito del Critical raw materials act (Regolamento sulle materie prime critiche). Questa è stata una delle azioni della Commissione Ue che certamente non hanno favorito la relazione fra Serbia e istituzioni europee, alimentando la sfiducia dei serbi nei confronti dell’Unione europea. Qui sentiamo continuamente parlare di valori europei come democrazia e partecipazione civica, ma poi vediamo azioni come quella nei confronti di Jadar. Allora, dov’è la democrazia? Ma sappiamo che spesso il profitto viene prima della democrazia».
La lontananza dei serbi dall’Ue oggi è più che mai evidente: la Serbia è uno dei Paesi candidati a entrare nell’Unione, ma il futuro ingresso non è neppure contemplato tra le priorità del movimento degli studenti e nel programma della Lista studentesca. Quanto alla relazione storica di Belgrado con la Russia - alimentata da Vučić che, fra l’altro, si è rifiutato di imporre le sanzioni a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina - nemmeno quest’ultima è fra i temi in discussione. «La nostra vicinanza alla Russia», chiarisce Simović, «non è politica o ideologica. Si tratta di una partnership economica: la Serbia è un Paese impoverito e, oltre al petrolio, noi abbiamo bisogno del gas russo per andare avanti, non abbiamo altra scelta».


A Novi Sad la commemorazione il 1° novembre delle 16 vittime del crollo della pensilina alla stazione nel 2024.
(REUTERS)La Lista studentesca composta da 250 candidati selezionati nelle assemblee studentesche ora ha tre mesi di tempo, a partire dal giorno delle elezioni, per scegliere «il nuovo premier e formare il Governo. I rappresentanti della Lista sono professionisti, professori, medici, artisti, economisti, attivisti. Tutti sono privi di esperienze politiche pregresse. «Questo è stato proprio il punto sul quale Vučić ha fatto leva per cercare di convincere la gente che questi candidati non fossero adatti e affidabili per guidare il Paese», sottolinea il sociologo. «Io non penso che la mancanza di esperienza politica rappresenti di per sé un rischio o un ostacolo. Fra i rappresentanti ci sono figure eminenti, molto preparate e competenti nei loro settori». E aggiunge: «Le prime azioni del Governo riguarderanno certamente la riforma delle istituzioni, la polizia, la giustizia, la lotta alla corruzione, la libertà di stampa».
Resta poi da vedere come si trasformerà il rapporto fra il movimento degli studenti e la Lista da esso scaturita, una volta che il Governo sarà entrato in funzione. «Non ho idea di come si evolverà questa relazione, ma spero che il movimento continui a vivere. Da qualche parte bisogna ripartire per rompere con il passato rappresentato da un leader autoritario. Noi ricominciamo costruendo dalle fondamenta. E io nutro grande speranza per il nostro futuro».







