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Madre Maria del Cielo (al centro), religiosa argentina delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà (SSVM), ramo femminile della Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato insieme alle consorelle a Gerusalemme.
Madre Maria del Cielo è arrivata per la prima volta in Terra Santa il 1° ottobre 1995 dall’Argentina, a 21 anni, insieme ad altre due consorelle delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà (SSVM). Dopo un periodo trascorso in Italia, è tornata in Terra Santa come superiora provinciale. La sua esperienza si è così intrecciata per decenni con la vita delle comunità cristiane di Betlemme, Gaza e Taybeh, in una terra segnata da guerre, violenze e un progressivo impoverimento della presenza cristiana.
L’abbiamo ascoltata in Italia, a Seveso, alla vigilia della sua partenza per l’Argentina e del successivo ritorno a Betlemme. Era in Brianza per la Giornata della Bussola 2026, svoltasi sabato 19 settembre al Centro Pastorale Ambrosiano nel 50° anniversario del disastro ambientale che nel 1976 segnò profondamente la storia di quella porzione di Nord Italia. Una giornata dedicata alla memoria, ai conflitti e alla pace, con testimonianze dall’Armenia e dal Medio Oriente.
Madre Maria conosce da vicino la vita delle comunità cristiane della Terra Santa e, in particolare, il lavoro delle religiose a Betlemme, dove le SSVM accolgono bambini con disabilità, a Gaza, dove accompagnano la comunità cristiana della parrocchia della Sacra Famiglia, e a Taybeh, dove sono impegnate nell’assistenza agli anziani. Nel 2019 è stata nominata superiora della Provincia di Terra Santa, che comprende le comunità delle Serve del Signore e della Vergine di Matarà presenti tra Israele, Palestina, Giordania e Siria.


Con lei abbiamo parlato non soltanto della guerra e delle ferite lasciate nei bambini, ma soprattutto di ciò che significa restare, accompagnare, pregare e testimoniare la propria fede quando tutto intorno sembra spingere nella direzione opposta. «Dobbiamo essere donne di pace, che seminano la pace», dice. E racconta una frase pronunciata da un bambino di Gaza: «La guerra rende i bambini orfani».


Madre, lei è arrivata in Terra Santa per la prima volta il 1° ottobre 1995. Se ripensa alla giovane religiosa che arrivò allora a Betlemme, che cosa è rimasto di quella donna e che cosa invece le hanno tolto o insegnato questi trent’anni? C’è qualcosa che oggi non riesce più a guardare con gli stessi occhi di allora?
Sono arrivata in Terra Santa a 21 anni, insieme ad altre due consorelle, inviate dal nostro Istituto, le “Serve del Signore e della Vergine di Matarà”, per accompagnare e sostenere i cristiani e rendere testimonianza a Cristo nella sua stessa Terra. Fin dall’inizio l’ho considerato un privilegio, una grazia immensa.
Queste due intenzioni sono presenti oggi come ieri, ovviamente con una maggiore consapevolezza e tante esperienze vissute di dolore e di gioia.


Ci sono esperienze che, come religiose, sono rimaste impresse nell’anima, specialmente i momenti difficili della guerra e della violenza, in diversi periodi. Per questo motivo, si rinnova ogni giorno il desiderio di essere donne di pace, che seminano la pace, che pregano e implorano dal Signore questo dono.
Lei ha raccontato che a Gaza la preghiera, durante molte notti, si è mescolata alle lacrime. C’è stato un momento preciso, un volto, una telefonata o una notte in cui ha pensato: “Signore, io qui non so più cosa fare”?
Certamente, spesso provo la mia debolezza, la mia incapacità e la mia impotenza, ma è proprio in quei momenti che risuonano con forza le parole di San Paolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Filippesi 4,13). Queste parole di San Paolo furono il motto scelto da Santa Francesca Saverio Cabrini, missionaria e mistica del Sacro Cuore di Gesù. È proprio a questo punto che dobbiamo arrivare, come missionari, per convincerci che non siamo noi a guidare la missione, ma lo Spirito Santo, e che Dio sceglie ciò che non conta affinché la sua opera risplenda ancora di più (cfr. 1 Cor 1,26-31).


Lei ha visto consorelle scegliere di restare a Gaza quando avrebbero potuto uscire. Dopo tanti anni di missione, che cosa significa davvero “restare” per una religiosa?
Significa stare in piedi, ai piedi della croce, come Maria. Credo che sia una conseguenza dell’impegno che abbiamo assunto nel nostro Istituto, attraverso il nostro quarto voto di schiavitù d’amore verso Maria, secondo San Luigi Maria Grignion de Montfort, facendo tutto per Maria, per Lei e con Lei, per raggiungere Cristo.
Rimanere nella missione anche quando si potrebbe andare altrove significa donarsi totalmente, «amare fino a far male», come diceva Madre Teresa di Calcutta. Significa amare le anime e dare la vita, a prescindere dai rischi. Significa semplicemente vivere il Vangelo. D’altra parte, è parte integrante del carisma della nostra Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato rendere testimonianza a Cristo fino alle ultime conseguenze ed essere, in un certo senso, un riflesso della Chiesa che è Madre e che non abbandona mai i propri figli.


A Betlemme avete costruito una casa per bambini con disabilità, alcuni abbandonati, cristiani e musulmani insieme. A Gaza avete visto bambini feriti dalla guerra. Dopo aver incontrato per anni i bambini di questa terra, che cosa pensa che la guerra stia rubando loro che non si vede nelle fotografie delle macerie?
A mio avviso, la guerra priva i bambini della loro innocenza, perché li costringe a maturare prematuramente a causa del dolore, delle esperienze vissute, di ciò che vedono e sentono e che non è adeguato alla loro età. In molti casi, lascia ferite che difficilmente guariranno nelle loro menti e nei loro cuori. Uno dei bambini della parrocchia di Gaza ha scritto: «La guerra rende i bambini orfani».


Quando ho chiesto a uno dei bambini che cosa desiderasse per Natale dal Bambino Gesù, mi ha risposto: «La pace». In qualsiasi altra parte del mondo avrebbe potuto chiedere un giocattolo, una PlayStation, ma a Gaza i bambini sono maturati a passi da gigante e sospirano e piangono per ciò che desiderano e sperano gli adulti. Piangono per la pace.
Per questo, il nostro compito come religiose è insegnare le virtù di Nostro Signore, affinché essi lo imitino giorno dopo giorno, affinché non ci sia rancore, ma affinché quei bambini possano diventare gli uomini e le donne di pace di cui questa Terra ha bisogno, con la loro identità di cristiani, affinché vivano veramente le Beatitudini (cfr. Mt 5).


Lei conosce Betlemme, Gaza e Taybeh. Se dovesse raccontare questi tre luoghi a noi oggi, come lo farebbe e che cosa le hanno insegnato?
Betlemme ha il privilegio di essere il luogo in cui è nato il Salvatore del mondo e questo la rende unica rispetto agli altri luoghi: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele» (Michea 5,1).
I tre luoghi presentano difficoltà note a tutti, specialmente Gaza. Ho imparato dalla comunità cristiana di questi luoghi un grande rispetto per la Provvidenza di Dio, che si manifesta in molti modi. Mi ha insegnato più e più volte che dobbiamo essere «luce» in mezzo alle tenebre, che, anche se la nostra luce è fioca, deve elevarsi per illuminare tutti coloro che sono nella casa. Questa è la missione del cristiano: essere luce e sale, come chiede Gesù nel Vangelo. Questi due elementi sono essenziali; per questo non possiamo nascondere la lampada né lasciare che il sale perda il suo sapore; altrimenti saremo inutili e persino un ostacolo affinché gli altri giungano a Dio.


Molti cristiani stanno lasciando la Terra Santa. Lei invece continua a parlare dei cristiani come delle “pietre vive” dei Luoghi Santi. Ma che cosa direbbe a una famiglia cristiana che, dopo aver perso casa, sicurezza, lavoro e futuro, le dicesse: “Madre, io non ce la faccio più, voglio partire”?
La nostra presenza mira a sostenere e aiutare i cristiani, poiché il Medio Oriente ha bisogno di loro. Ci sono molti che, purtroppo, non possono restare per vari motivi e, sebbene li comprendiamo, la loro partenza ci riempie di un senso di impotenza e di dolore. Li accompagniamo con le nostre preghiere affinché Dio sia con loro ovunque vadano.


Dopo tanti anni in Terra Santa, che cosa chiede oggi a Dio? Non alla politica, non alla comunità internazionale, non alla Chiesa: a Dio.
Chiedo a Dio che siamo vere madri spirituali, che sappiamo, come Maria, stare ai piedi della croce di ciascuno dei figli spirituali che Egli ci ha donato. Che non venga mai meno lo zelo per la salvezza delle anime, proprio perché non siamo un’ONG, né assistenti sociali, ma religiose (anche se certamente cerchiamo di aiutare tante necessità in diversi luoghi).
Che siamo all’altezza della missione che la Chiesa ci ha affidato, che non ci sottraiamo all’avventura missionaria, come abbiamo professato il giorno dei nostri voti religiosi. Che siamo donne di pace, nel senso più profondo della parola.
Chiedo al Signore della messe di mandare molti operai alla sua messe, generosi e umili, per poter continuare l’opera di tanti santi sacerdoti e religiose che ci hanno preceduto in Terra Santa.















