«Custodiamo questi volti nei nostri pensieri fino a mercoledì». Con queste parole Raffaella Griggi ha chiuso la seconda puntata di Chi l’ha visto?, mercoledì 30 settembre, affidando al pubblico i volti delle persone scomparse. E lo fa con una frase che fotografa come sta entrando nel programma. È lei a tenere il timone dello storico appuntamento di Rai 3, uno dei più longevi del servizio pubblico, raccogliendo l’eredità di Federica Sciarelli, che lo ha condotto per oltre vent’anni. Gli ascolti della seconda serata, 1.031.000 spettatori e il 7,1% di share, ne hanno confermato la continuità, in un prime time del mercoledì affollato e competitivo.
«La storia che mi è rimasta più impressa? La prossima», dice. Ed è forse questa la cifra con cui affronta il nuovo ruolo: non archiviare mai una vicenda, né abituarsi al dolore.
Sono le otto di venerdì sera. Raffaella è a Fiumicino, aspetta l’aereo per Genova. «Torno a casa, da mia mamma».

Quando è fuori, che cosa le manca di più della sua città?

«Il mare, l’orizzonte, l’odore salmastro, i carruggi. Il pesto, le acciughe fritte. E poi il suo carattere misurato, prudente, riservato. Mi manca tutto. Vivo su per una creuza, dove si trova il santuario della Madonna del Monte. C’è un bellissimo belvedere, la domenica la Messa. È quasi un piccolo borgo dentro la città, dove ci si conosce e ci si aiuta. C’è anche un piccolo centro di accoglienza per minori stranieri. Una specie di Macondo naïf, molto solidale. Un luogo meraviglioso, fuori dal tempo. Genova per me non è soltanto una città: è un sentimento, una malinconia».

C’è qualcosa di profondamente genovese anche nel suo modo di raccontare. Come si riesce a non perdere di vista la persona dietro un caso?

«Con rispetto, garbo, restando umani e avendo sempre ben presente il senso del limite. C’è un confine tra cronaca e dolore e non bisogna superarlo. Le fragilità che incontriamo non sono soltanto numeri. Bisogna avere uno sguardo diverso dalla spettacolarizzazione. Certe storie parlano da sole. Di fronte al dolore ci sono volti, emozioni, gesti che diventano protagonisti. Non penso che il conduttore debba essere più importante della storia che racconta».

Lei raccoglie un testimone molto pesante, quello di Federica Sciarelli. Come si trova una voce propria senza spezzare una continuità così lunga?

«Da inviata del programma, dal 2017, ho avuto il vantaggio di arrivare dentro le storie, incontrare le famiglie, raccogliere testimonianze e poi consegnare il racconto allo studio. Sono cresciuta molto. Ho sviluppato amicizie che sono andate oltre il lavoro. C’è una signora della Sardegna che mi scrive quasi tutti i giorni e io, se posso esserle utile, le rispondo, e lo faccio con tutti. Ho sempre preso molto seriamente quello che faccio. Oggi, però, sento una tensione diversa, un’aspettativa diversa. La responsabilità è quella di tenere insieme tutto, anche emotivamente. E non è facile».

Che cosa sente più forte, oggi?

«Soprattutto la responsabilità di essere all’altezza del ruolo che mi è stato assegnato. Non voglio far sfigurare nessuno: né i colleghi, né i nuovi autori, né la direzione. È stata una decisione coraggiosa, fuori dagli schemi, scegliere me. Io cerco di mantenere una mia identità. Non bisogna imitare nessuno. Io ho il mio eloquio, il mio stile. Arrivo dalla carta stampata».

La seconda puntata è sembrata già più naturale, più sciolta. È passata l’emozione dell’esordio?

«La prima puntata aveva una tensione particolare. C’era tutto quello che significava quel passaggio di testimone. Adesso comincio a sentirmi più dentro il programma, anche in studio. Ma ogni storia porta con sé una responsabilità nuova. In una serata televisiva non certamente semplice».

Quest’anno avete scelto di guardare con particolare attenzione anche a un altro luogo in cui si possono perdere i ragazzi: la rete. Quanto è importante raccontare ciò che accade in un mondo che spesso gli adulti faticano perfino a vedere?

«Il mondo digitale sta diventando sempre più spesso il luogo nel quale nascono fragilità e situazioni difficili. C’è questo delicatissimo rapporto tra adolescenti e virtuale che dobbiamo imparare a comprendere. Il caso di Andrea Prospero lo racconta molto bene e va oltre il singolo caso. Suo padre mi ha fatto una grande tenerezza. L’ho visto come un signore mite, che non conosceva quel mondo parallelo nel quale viveva suo figlio. Quando si avvertono situazioni di pericolo, secondo me è lecita anche la denuncia, se può servire almeno a tentare di salvare un figlio. È un segnale. Poi ci saranno anche altri modi, naturalmente».

Il caso di Aurora Tila, invece, quanto ci interroga sulla solitudine dei ragazzi?

«Ci mette davanti a una realtà che non possiamo ignorare. Da una parte c’è la difficoltà di tanti adulti a cogliere i segnali di disagio dei giovani e a capire che cosa vivano quando noi non ci siamo. Dall’altra c’è il rischio che i ragazzi si chiudano sempre più nel mondo digitale. In questo caso Aurora aveva affidato all’intelligenza artificiale le sue paure e la percezione del pericolo: proprio la realtà virtuale era diventata il suo principale interlocutore».

Che cosa le ha lasciato l’incontro con la madre di Aurora?

«Un grande dispiacere. Immagino che abbia dei rimpianti. Quando ci si trova coinvolti in una situazione così è difficile. Sono età problematiche, per tutti. Credo che ci sia una chiave, però: creare più occasioni di incontro. Bisognerebbe riscoprire la voglia di stare insieme guardandosi negli occhi. Fare un viaggio in più, per chi può permetterselo, un abbraccio. Oppure semplicemente uscire a mangiare una pizza e parlare. Andare a una mostra. Ridere insieme ai propri genitori. Fortunatamente ce ne sono ancora di ragazzi che lo fanno».

Lei che cosa pensa quando vede i giovani sempre con il telefonino in mano?

«Mi sembra che rischino di perdere il senso della realtà. E mi viene da chiedermi: ma che cosa dovranno dirsi? Con chi chattano? Perché devono confidarsi con ChatGPT invece che con un fratello o con un amico?».

È anche una domanda per noi adulti: quanto tempo abbiamo smesso di dedicare all’ascolto vero?

«Forse troppo. E l’ascolto non si può sostituire. Puoi avere mille strumenti, ma poi c’è bisogno di qualcuno che ti guardi negli occhi e ti dica: “Sono qui”».

Che cosa significa, per una trasmissione come Chi l’ha visto?, tornare su una storia dopo anni?

«Innanzitutto significa verificare se ci sono nuovi elementi che possono cambiare ciò che sappiamo. Ma significa anche non dare mai per chiusa una vicenda quando restano domande senza risposta. E soprattutto continuare a tenere accesa l’attenzione su famiglie che da anni aspettano verità e giustizia».

Ci sono casi in cui il ritorno sulla storia diventa anche un modo per valorizzare il lavoro fatto negli anni?

«Il caso di Agata Scuto è iniziato proprio grazie a Chi l’ha visto?: una vicenda partita da una segnalazione arrivata alla trasmissione e da lì si è scoperchiato un mondo. Per Gessica Disertore c’è la possibilità di portare avanti una battaglia attraverso nuovi documenti e speriamo che si possa andare ancora più a fondo. Con Andrea Prospero, invece, ho deciso di dare molto risalto a questi giovani intrappolati nella mala rete».

Lei, Raffaella, che adolescente è stata? Che rapporto aveva con i suoi genitori?

«Bellissimo. Mio papà Remigio è mancato da poco, a giugno. Sono figlia unica e anche i miei genitori lo erano. Papà era molto più di un papà: era un amico, una persona con cui mi divertivo. Era brillante, molto più di me, sagace. È stato un piacere averlo conosciuto. Un uomo elegante dentro e fuori, che non si prendeva troppo sul serio».

Le dispiace che non abbia potuto condividere con lei questo momento?

«Mi piace pensare che dietro ci sia il suo “zampino”».

Prima del giornalismo c’è stata la pallavolo, fino alla Serie B. Quanto di quella Raffaella è rimasto nella giornalista e oggi nella conduttrice?

«La lealtà. Ero attaccante e sognavo le Olimpiadi. Ma la pallavolo è uno sport nel quale non si vince da soli: servono fiducia, capacità di leggere l’altro, capacità di reagire a un errore e soprattutto una squadra. La Raffaella migliore è quella lì. Contavano su di me per la schiacciata finale. Il senso di responsabilità nasce anche lì. Perché una squadra, per funzionare, non deve necessariamente essere fatta di amici. Fuori dal campo puoi anche non frequentarti, ma in campo non ci possono essere sgambetti. Bisogna aiutarsi. Per me questo è anche il criterio del lavoro.