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Ieri è stata celebrata la Giornata Europea dei caregiver familiari; per la verità passata piuttosto in sordina, a parte gli addetti ai lavori, quasi cancellata dall’agenda politica e nazionale ed internazionale, oltre che dal bollettino quotidiano sui costi del gasolio, dalle polemiche sulla legge elettorale, e da qualche riflessione sportiva sulla nazionale di calcio o sulla salute di Sinner. Insomma, se sfogliamo i giornali di ieri, nonostante una Giornata europea, troviamo ben poco spazio ai milioni di persone che quotidianamente si fanno carico dei propri familiari fragili: anziani non autosufficienti, persone disabili, bambini in difficoltà…
Ieri l’ANSA rilanciava la cifra di 12 milioni di caregiver: sarebbe una persona su cinque, la stima sembra francamente un po’ esagerata. Però le stime precedenti, molto più affidabili, quelle su cui si è articolato il dibattito politico e parlamentare, parlavano di oltre sette milioni di caregiver familiari: oltre il 10% della popolazione complessiva. Per niente marginale, verrebbe da dire! Per questo ci permettiamo di rilanciare il tema, “passata la Festa...”, per sottolineare che, una volta fatte le eventuali (poche) celebrazioni, alle famiglie il compito della cura rimane ogni giorno, senza sosta, giorno e notte, spesso con prospettive di lunga durata. Il Parlamento sta discutendo da anni una legge sui caregiver, la cui approvazione pare essere in dirittura d’arrivo, e questa è certamente una buona notizia, anche se la vigilanza sugli esiti finali deve rimanere sempre alta, perché in una norma anche le virgole fanno la differenza.
Del resto, non è semplice regolare un comportamento di assistenza dentro le relazioni familiari, né definire i destinatari di eventuali misure di sostegno: si sta discutendo della quantità di impegno necessaria per essere definiti caregiver (quante ore a settimana?), del fatto che si conviva oppure no con la persona fragile, dell’essere legati da un vincolo di parentela.... Perché i modelli di caregiving familiari sono molti, e non necessariamente simili: spesso l’anziano fragile viene seguito esclusivamente o quasi da un figlio (più spesso una figlia) che magari abita in un'altra casa, ma che la visita quotidianamente, accompagna l’assunzione degli eventuali farmaci, tratta con i servizi socio-sanitari, discute con l’eventuale badante…
Inoltre spesso il caregiving coinvolge un’intera rete familiare, con figli, nipoti, fratelli o vicini di casa che intervengono con diverse intensità. In questo caso in genere una persona di solito fa anche da “regista”, con un impegno di caregiving che diventa anche di cucitura di relazioni di parentela, di turni, di informazioni da passare. Qui emerge anche la preziosa presenza di caregiver minorenni: spesso nipoti di nonni bloccati a letto, oppure fratelli di bambini o ragazzi con disabilità, che non sfuggono dalla cura, ma che sono pronti a farsi carico delle fatiche dei propri familiari. Nel complesso si tratta di un impressionante patrimonio di solidarietà e di cura, di cui le persone fragili nel nostro Paese non possono fare a meno, e che se fosse valutato in termini monetari (o se generasse salari, anziché essere gratuito) farebbe crescere di molto anche il nostro PIL: perché la ricchezza di un Paese non dipende solo dai salari, ma anche dalla sua capacità di farsi carico di chi è in difficoltà.
Ovviamente le famiglie da sole non possono farcela: i caregiver hanno bisogno di servizi efficienti, di sostegno personale, di cure a prezzi ridotti, di servizi di sollievo; dall’altro lato, inutile parlare di servizi domiciliari senza allearsi con chi a domicilio vive, soffre, ama. Quindi la Giornata del caregiver serve a ricordare che le famiglie hanno un potenziale di cura enorme, che va però riconosciuto, valorizzato e sostenuto, non sfruttato come risorsa a basso costo. Del resto, spesso, di fronte alle difficoltà di un proprio membro, la famiglia rimane quella “con il cerino in mano”, anche quando i servizi hanno fatto la loro parte. Perché in famiglia si fa così, e non si aspetta certo una legge: se non ci si cura l’un l’altro, che famiglia è?











