Aspettiamo di conoscere chi siano davvero i ragazzi che hanno sconvolto per due giorni di fila il centro di Milano, distruggendo e razziando negozi, vandalizzando gli arredi urbani, ingaggiando una guerriglia urbana con le forze dell’ordine. Un dato è certo: la stragrande presenza di minorenni, fino all’80% dei fermati, molti dei quali portati in caserma il giorno prima e consegnati alle famiglie, e il giorno dopo di nuovo in giro a fare disastri. Doverosa è la condanna e la ricerca di misure di prevenzione e di contrasto.

Ma la reazione securitaria appare una risposta emotiva da parte di tanti di noi che ci sentiamo feriti da queste violenze. Non è un problema di ordine pubblico. Che cosa vogliono comunicare questi ragazzi, che non hanno parole d’ordine di protesta sociale o politica, che vengono convocati attraverso i social per “fare casino”, dicono ai giornalisti, “per farsi ascoltare”. Esprimono una forza distruttiva, spaccano per il piacere di farlo, aggrediscono senza motivo, ma si appropriano di beni (articoli sportivi, visto i negozi assaltati) costosi e che danno visibilità. Ci sarà anche chi li manipola per trarre vantaggio dal marasma sociale. Ma sa di pescare in acque già torbide.

Questi ragazzini sono la punta di un iceberg: la “questione giovanile”. Molti giovani oggi aspirano all’autonomia, alla realizzazione di sé, ad un lavoro sostenibile, ma spesso non hanno i mezzi economici per realizzare questi obiettivi. L’ascensore sociale è fermo. Le condizioni del lavoro giovanile, in termini di accesso, garanzia del posto, salari, sono in Italia peggiori che nella maggior parte dei paesi OCSE. Chi ha famiglie economicamente più solide ha più mezzi per perseguire questi obiettivi. Gli altri, quelli più poveri, restano al palo. Vengono travolti dall’eterno mito della ricchezza, che per i più deboli diventa riccanza: una ricchezza esibita in modo arrogante, che appare sui social e nei testi rap. Una ricchezza che sembra a portata di mano, fatta di like e di followers, e che si materializza nelle vie del centro di Milano, nei negozi di articoli sportivi, di scarpe, di cellulari presi d’assalto. Soldi che danno potere e bella vita. Più i ragazzi nutrono questo sogno, più si scontrano con la sua irrealizzabilità.

Atti vandalici di giovanissimi domenica 18 ottobre in centro a Milano
Atti vandalici di giovanissimi domenica 18 ottobre in centro a Milano
Giovanissimi assaltano un supermercato in centro a Milano domenica 18 ottobre (ANSA)

L’abbassamento dell’età dei protagonisti di questi fatti deve far pensare: che siano già disperati a 15 anni? Che siano già posseduti dalle “passioni tristi”? Quando il futuro non è più percepito come promessa ma come minaccia, le passioni tristi si manifestano collettivamente come apatia, disinvestimento, sfiducia nelle istituzioni, rabbia senza direzione.

Hanno la testa infarcita di sogni irrealistici, ma non hanno voci che li richiamino alla realtà e gli insegnino a realizzare quelli possibili. Rubare le scarpe da 150 euro e postare il video diventa un modo per dire “ci sono”.

Cercare spiegazioni non significa giustificare gli eventi di questi giorni: la condanna della violenza è sacrosanta. Ma va accompagnata da uno sforzo di comprensione: le istituzioni sapranno intercettare questi interrogativi o prenderanno solo la strada della repressione? Bisogna scendere nelle strade con loro, pastori che prendono “l’odore delle pecore”, come diceva papa Francesco. Anche noi possiamo farlo, ciascuno nel suo ambiente. Possiamo ascoltare i ragazzi, i loro desideri. Sostenerli nella ricerca di soddisfazioni concrete e durature, anziché sogni irrealistici. Dare visibilità alla loro ricerca di futuro. Ancora prima: essere adulti presenti. Troppo spesso sembra di avere a che fare con adulti assenti dalle vite di questi ragazzi. E invece occorrono genitori, insegnanti, educatori capaci di incontrarli senza giudicarli. In grado di offrire loro una speranza per il futuro.