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Sui tagli al personale della scuola pubblica il vicepresidente del Consiglio Salvini scopre che il governo vuole tagliare gli insegnanti e dichiara di non saperne niente. Persino Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, sempre della Lega, di fronte alle domande dei giornalisti casca dalle stesse nuvole. A questo punto resta “mani di forbice” Giorgetti, ministro dell’Economia, leghista pure lui. Peccato che i tre abitino politicamente nella stessa casa e siedano allo stesso tavolo del Governo presieduto da Giorgia Meloni (lei ne sapeva qualcosa?).
Giorgetti, che ha già reso la vita complicata ai pensionati in nome della salvezza dei conti pubblici, stavolta avrebbe trovato un’altra miniera di risparmi: le cattedre. Il progetto è di cancellare dal 2027 quasi settemila posti tra insegnanti e personale Ata, che diventano quasi quindicimila contando le riduzioni previste nel triennio. Risparmio a regime: circa 252 milioni all’anno. Le cattedre in meno contribuiranno ad acquistare più droni, vista l’impennata miliardaria delle spese militari nella stessa Legge di bilancio.


Ma dietro questa commedia degli equivoci c’è un dramma: considerare un insegnante una spesa da comprimere anziché un investimento da coltivare. Un buon professore non si limita a spiegare le equazioni o i Promessi sposi (che è già importantissimo). Sa accorgersi del ragazzo che non parla più, di quello che si perde, di quello che nessuno ascolta. Non produce utili trimestrali, ma accende passioni e qualche volta salva una vita. E soprattutto prepara quelle future.
Il Governo risponde così, con meno professori nelle scuole, proprio agli studenti che scendono in piazza per chiedere un’istruzione migliore. È stato ricordato che cinquecento educatori possono fare più di cinquecento paracadutisti mandati a presidiare le strade. I secondi sorvegliano le conseguenze; i primi possono intervenire sulle cause. E non c’è ordine pubblico più solido di una società che non abbandona i suoi ragazzi.


La giustificazione dei tagli per il calo demografico è stata affidata curiosamente a un esponente di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera, fedelissimo della Meloni: nascono meno bambini, dunque servono meno docenti. Sembra logico, finché non si entra in una classe pollaio, dove trenta alunni devono spartirsi l’attenzione di un solo insegnante. O finché non si incontra una famiglia che aspetta ore di sostegno adeguate per un figlio con disabilità (in Italia c’è una fame drammatica di insegnanti di sostegno). Meno studenti potrebbe finalmente significare classi più piccole, più tempo per ciascuno, più scuola per chi resta indietro. Invece diventa un’occasione per far sparire aule e cattedre.
Forse Salvini e Valditara non sapevano davvero della sforbiciata. Ora però lo sanno. E soprattutto conoscono la differenza tra il taglio di un costo e quello di un futuro. Il primo fa quadrare un bilancio. Il secondo presenta il conto ai nostri figli. Hanno sostenuto di essere aperti alle modifiche in Parlamento sulla manovra. Speriamo che corrano ai ripari, perché non è una questione di numeri, ma di teste.









