Rami Elhanan è israeliano. Bassam Aramin è palestinese. In teoria avrebbero avuto tutte le ragioni che la storia offre agli uomini per considerarsi nemici. Invece si considerano fratelli. A unirli non è stata un’ideologia, ma la cosa più innaturale e dolorosa che possa accadere a un padre: sopravvivere a una figlia. Le loro vite sono diventate un romanzo, Apeirogon di Colum McCann (Feltrinelli), e più recentemente il libro Mio padre, tuo padre - Due uomini contro l’odio del conflitto israelopalestinese, di Carola Benedetto e Luciana Ciliento (De Agostini). Due libri magnifici. Un apeirogon è un poligono con un numero infinito di lati. Forse non esiste immagine migliore per raccontare una terra in cui ogni dolore ne contiene un altro e ogni storia cambia a seconda del punto dal quale la si osserva.

A handout picture provided by the Vatican Media shows Pope Francis (L) embraces the Arab Bassam Aramin (R) and the Israeli Rami Elhanan (C), fathers of the two girls killed during the Israeli Palestina war, in Vatican, 27 March 2024. ANSA/VATICAN MEDIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ NPK +++
A handout picture provided by the Vatican Media shows Pope Francis (L) embraces the Arab Bassam Aramin (R) and the Israeli Rami Elhanan (C), fathers of the two girls killed during the Israeli Palestina war, in Vatican, 27 March 2024. ANSA/VATICAN MEDIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++ NPK +++
I due padri ricevuti da Papa Francesco (ANSA)

La figlia di Rami si chiamava Smadar. Aveva tredici anni quando, nel settembre del 1997, morì a Gerusalemme in un attentato suicida. La figlia di Bassam si chiamava Abir. A soli dieci anni fu colpita da un proiettile di gomma sparato da un agente israeliano. Due bambine che avrebbero dovuto avere davanti una quantità quasi infinita di giorni e che invece sono diventate per i loro padri il punto esatto in cui il tempo si è spezzato.

Rami e Bassam avrebbero potuto abitare per sempre quel dolore. Hanno scelto di attraversarlo. Oggi lavorano insieme nelle associazioni che riuniscono israeliani e palestinesi colpiti dal conflitto e nell’ottobre 2026 torneranno in Italia per raccontare la loro esperienza. È stata promossa anche una candidatura al Premio Nobel per la pace. Ma, ascoltandoli, si comprende presto che il premio che cercano è un altro: convincere i ragazzi – israeliani e palestinesi – che l’uomo dall’altra parte del muro possiede un volto.

«Il nemico è molto pericoloso soprattutto quando non ha un volto umano», dice Bassam. «Se non gli parli, se non scopri che è esattamente come te». Il nemico senza volto è facile da odiare. Quello che ti racconta di avere paura, dei figli che aspettano a casa, dei sogni che non vuole perdere, diventa improvvisamente più complicato. «Quando scopri questo nell’altra persona, non è più davvero il tuo nemico». Viene in mente quella canzone di De André, La guerra di Piero, racconta la stessa cosa, ma ovviamente né Rami né Bassam la conoscono.

Rami traduce lo stesso pensiero in una parola semplice e ormai rivoluzionaria: rispetto. «Devi metterti nei suoi panni. Devi ascoltarlo. Solo allora possiamo camminare insieme verso il futuro, senza guardare nessuno dall’alto o dal basso».

Smoke and flames rise from a house during an Israeli strike, carried out after the Israeli military warned residents to evacuate the area, in Al Shati refugee camp in Gaza City September 9, 2026. REUTERS/ Dawoud Abu Alkas TPX IMAGES OF THE DAY
Smoke and flames rise from a house during an Israeli strike, carried out after the Israeli military warned residents to evacuate the area, in Al Shati refugee camp in Gaza City September 9, 2026. REUTERS/ Dawoud Abu Alkas TPX IMAGES OF THE DAY
Bombardamenti a Gaza (REUTERS)

Ma si può rinunciare alla vendetta senza rinunciare alla giustizia? Bassam rimane per qualche istante davanti al paradosso che domina tutta la loro storia. «Una giustizia totale non esiste. Per me la vera giustizia sarebbe riavere mia figlia. Per Rami sarebbe riavere sua figlia. Ma questo ormai è impossibile».

Il perdono, spiega, appartiene alla coscienza di ciascuno. La riconciliazione invece è una necessità collettiva. Non significa dimenticare né mettere una pietra sopra i morti. Significa riconoscere anche quelli dell’altro. «Bisogna mettere sul tavolo le nostre azioni, i nostri crimini, le nostre atrocità e assumercene la responsabilità». Perché nessuno dei due popoli, ricorda Bassam, scomparirà. E dunque, prima o poi, dovranno imparare a vivere nello stesso pezzo di mondo.

C’è un passaggio della loro storia che forse dice più di molti trattati diplomatici. Il padre di Rami sopravvisse ad Auschwitz. Bassam, invece, entrò in un carcere israeliano convinto che la Shoah fosse una menzogna. Poi vide per caso un film sull’Olocausto. Cominciò a studiare. Anni dopo dedicò a quel tema anche il proprio master. «Ho capito che non è stato facile essere ebrei», racconta. «Volevo comprendere quando gli israeliani parlano di paura e di sicurezza». Ma aggiunge subito che vorrebbe vedere lo stesso movimento dall’altra parte: gli israeliani conoscere la Nakba, la “catastrofe” con cui i palestinesi indicano l’esodo e le espulsioni del 1948.

È forse questa la parte più scomoda del loro messaggio: conoscere la sofferenza dell’altro non significa rinunciare alla propria. Significa smettere di considerare il dolore una proprietà privata.

Rami è durissimo quando parla di ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre. A suo giudizio Israele ha finito per usare la memoria dell’Olocausto «come una giustificazione per ciò che non può essere giustificato». È la sua lettura, severa e contestata, di una società alla quale sente di appartenere fino in fondo proprio perché vuole criticarla.

«Il conflitto non è cominciato il 7 ottobre», ripete. «Dobbiamo capire il dolore e le sofferenze di entrambe le parti». Essere uomini del dialogo, oggi, ha un prezzo. Rami racconta che in Israele lo chiamano «traditore» e «ebreo che odia sé stesso». Bassam incontra ostilità analoghe tra i palestinesi.

Demonstrators protest demanding the immediate release of the hostages kidnapped during the deadly October 7, 2023 attack on Israel by Hamas, and the end of the war, in Tel Aviv, Israel, August 9, 2025. REUTERS/Amir Cohen
Demonstrators protest demanding the immediate release of the hostages kidnapped during the deadly October 7, 2023 attack on Israel by Hamas, and the end of the war, in Tel Aviv, Israel, August 9, 2025. REUTERS/Amir Cohen
Manifestanti protestano chiedendo l'immediato rilascio degli ostaggi rapiti durante il sanguinoso attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la fine della guerra, a Tel Aviv, Israele, il 9 agosto 2025. REUTERS/Amir Cohen (REUTERS)

«Noi ci confrontiamo direttamente con le nostre società», dice Rami, «cercando di insegnare che esiste un’altra strada. Ma spesso non vogliono vederla». Poi il discorso arriva al male e alla sua capacità di moltiplicarsi. Papa Leone XIV ha ricordato che al male non si risponde con altro male. Rami annuisce, ma la sua risposta non ha nulla di astratto.

«È il peccato antico dell’umanità: usare la forza per risolvere un problema, poi ancora più forza, fino ad annegare nella propria rabbia e in un mare di sangue». E aggiunge: «Non credo che il diritto all’autodifesa conceda anche il diritto alla vendetta». Quando gli si chiede se persino la Bibbia possa essere usata per giustificare la violenza, Rami scuote ogni alibi: «Puoi scegliere una frase per giustificare praticamente qualsiasi azione. Ma la morale è universale. Non si uccidono persone innocenti. Punto. Non si uccidono bambini. Punto». Alla fine resta proprio questo.