Andare nelle periferie del mondo, raggiungere i luoghi e le comunità che restano ai margini. Seguendo il solco di papa Francesco, nel suo viaggio in Uruguay, uno dei Paesi del continente latinoamericano con il Pil pro capite più elevato, papa Leone ha scelto di visitare uno dei quartieri più poveri e disagiati della capitale Montevideo. Casavalle, secondo le statistiche e i rapporti della polizia, è una delle cosiddette “zone rosse”, le aree considerate più pericolose, con il tasso più elevato di reati, omicidi, violenza, traffico di droga e scorribande di gruppi criminali che si contendono il territorio e sono legati al narcotraffico. Un quartiere costituito da tanti microquartieri, segnati da un divario socio-economico profondo. A Casavalle una persona su due vive in condizioni di povertà estrema.

Abitanti di Casavalle passano accanto a un manifesto che annuncia la visita di papa Leone.
Abitanti di Casavalle passano accanto a un manifesto che annuncia la visita di papa Leone.

Abitanti di Casavalle passano accanto a un manifesto che annuncia la visita di papa Leone.

(REUTERS)

Papa Leone non ha voluto fermarsi all’immagine patinata dell’Uruguay benestante. Ha voluto conoscere l’altra faccia del Paese, quella del disagio, dell’abbandono, della disperazione di chi è invisibile, escluso, emarginato, e cerca di sopravvivere arrangiandosi come può.

Lungo il percorso per arrivare a Casavalle, il Papa ha avuto una breve sosta al Hogar Sacerdotal Mons Jacinto Vera, per incontrare una ventina di sacerdoti che vi risiedono. Il Pontefice è stato accolto nella parrocchia Nostra Signora di Guadalupe, dal 2021 retta da don Pablo Coimbra. Ha portato anche un aiuto concreto grazie alla Papa Foundation: dodici moduli abitativi consegnati nell'ambito di un progetto abitativo realizzato grazie all'iniziativa della parrocchia per sostituire le baracche in lamiera e cartone, che in Uruguay chiamano “cantegriles”.

Residenti del quartiere di Casavalle, alla periferia di Montevideo, visitato da papa Leone.
Residenti del quartiere di Casavalle, alla periferia di Montevideo, visitato da papa Leone.

Residenti del quartiere di Casavalle, alla periferia di Montevideo, visitato da papa Leone.

(REUTERS)

Dopo aver ascoltato le testimonianze di coloro che vivono nel barrio Borro, una delle aree più degradate di Casavalle, dal palco allestito nella piazza accanto alla parrocchia, davanti a circa 12mila persone, Leone ha preso la parola. E ha ammesso di sentirsi a casa. «Non possiamo passare oltre quando sappiamo che in Uruguay ci sono bambini che non vanno a scuola per paura di non tornare più», ha detto. «Non possiamo mettere a tacere la nostra coscienza quando constatiamo che una madre non ha i mezzi per sfamare i propri figli. Non possiamo ignorare che intorno a noi ci sono molte persone che soffrono, che sono sole e vulnerabili».

Il Pontefice ha aggiunto: «Un figlio di questo Paese, così ricco di risorse, non dovrebbe andare a dormire senza aver mangiato, né dovrebbe rinunciare a ricevere un'istruzione e un futuro dignitosi a causa dell'insicurezza che regna nelle strade. Tanto meno dovrebbe subire violenze al punto da arrivare a perdere la vita», ha detto Leone. «Dobbiamo lavorare uniti: la Chiesa, la società civile e lo Stato. Dobbiamo scuoterci dall'inerzia e impegnarci per il bene comune».

Bambini sventolano le bandiere uruguayane allo stadio Centenario durante la veglia con il Papa.
Bambini sventolano le bandiere uruguayane allo stadio Centenario durante la veglia con il Papa.

Bambini sventolano le bandiere uruguayane allo stadio Centenario durante la veglia con il Papa.

(REUTERS)

Nell’aula magna dell’Università Cattolica dell’Uruguay, la prima università privata nel Paese, affidata alla Compagnia di Gesù, papa Leone ha incontrato studenti e docenti, ai quali ha chiesto di «continuare a camminare, evangelizzando e contemplando la persona nella sua interezza: “corpo e anima, cuore e coscienza, intelligenza e volontà”, come si legge sempre nella Gaudium et spes».

Infine, Leone si è spostato al Centenario, il mitico stadio che ospitò la prima Coppa del Mondo del 1930. Il Papa ha presieduto la veglia di preghiera in questo luogo fortemente simbolico per il calcio internazionale, in un Paese che è stato due volte campione del mondo e nel quale il fútbol scandisce la vita quotidiana. Il Pontefice in Uruguay è stato accolto da un enorme affetto e da una folla piena di entusiasmo. Anche al Centenario, dove 70mila persone lo hanno celebrato con applausi, grida, cori gioiosi, scandendo ripetutamente lo slogan: “Papa Leon, te queremos un monton, Papa Leone ti vogliamo un gran bene”. Oltre alle persone presenti all’interno dello stadio, altre 30mila hanno seguito l’evento con il Pontefice dalle zone circostanti.

Dopo il saluto del cardinale Sturla, arcivescovo di Montevideo – che usando una metafora calcistica ha esclamato: «Avere il papa con noi è un golazo!» - il Papa ha ascoltato le toccanti riflessioni e domande di alcuni giovani testimoni. «Stare con voi questa sera mi permette di condividere una riflessione su qualcosa che oggi sperimentano molte comunità cristiane», ha detto ai presenti, rivolgendosi in particolare ai giovani, «l'avanzare della secolarizzazione e di un'indifferenza religiosa sempre più diffusa. In molti luoghi, la fede ha smesso di essere trasmessa con la naturalezza delle generazioni precedenti e cresce il numero di coloro che trascorrono gran parte della loro vita senza un rapporto abituale con la Chiesa né con la pratica religiosa. I credenti che compiono il pellegrinaggio in Uruguay hanno dovuto imparare a vivere e annunciare la propria fede in questo.scenario, come abbiamo potuto ascoltare questa sera. Per questo, la loro esperienza può aiutare fratelli e sorelle in altre parti del mondo che cominciano a scoprire, in modi diversi, che cosa significhi essere una minoranza. Ma, anche in queste circostanze, c'è chi persevera: genitori che pregano con i propri figli, insegnanti che cercano di vivere e testimoniare la fede, giovani che hanno scoperto Cristo e desiderano seguirlo anche quando si sentono soli, ci sono comunità che continuano a riunirsi e sacerdoti che percorrono grandi distanze per portare i Sacramenti ai fedeli. Pensando a tutto questo, mi tornava continuamente alla mente una piccola città biblica: Betlemme».

Papa Leone sul palco dello stadio Centenario.
Papa Leone sul palco dello stadio Centenario.

Papa Leone sul palco dello stadio Centenario.

(REUTERS)

Betlemme viene definita «piccola» dal profeta Michea, ma anche «non davvero ultima» da san Matteo. «Quando siamo pochi, quando diminuiscono le forze o quando constatiamo che la nostra presenza sociale non è più la stessa, c’è il rischio di cominciare a giudicare la nostra situazione con criteri molto umani. Il Vangelo ci invita a guardare in un altro modo. Dio ha scelto Betlemme, e questa scelta basta perché non identifichiamo la piccolezza con l’insignificanza».

Il Papa ha proseguito con il parallelo: «C'è qualcosa di Betlemme che continua a ripetersi: Dio può essere considerato superfluo e la fede confinata in ambito privato, come se non avesse nulla da apportare alla vita comune. Quando si pretende di costruire un mondo senza Dio, si corre il rischio di lasciare anche la persona senza posto. Ma nulla di tutto questo cambia la realtà: quel Bambino è Dio e viene a salvar-ci. E in questo “noi” ci siamo tutti, perché l'indifferenza può entrare anche, poco a poco, nella vita di noi che crediamo».

Leone ha ricordato i Magi, che si misero in cammino seguendo una luce. «Voi, con umiltà e semplicità, potete riflettere la luce di Cristo nella vostra vita. Forse ci sono persone che non apriranno mai una Bibbia di propria iniziativa, che non mettono piede in una chiesa da anni o che non saprebbero nemmeno dire se credono in Dio. Ma, guardando voi, può risvegliarsi in loro il desiderio e la ricerca di Dio, possono scoprire che vale la pena rischiare la vita».

Un invito ai giovani: «Abbiate voi stessi il coraggio di fare il passo del matrimonio e di formare una famiglia. Non abbiate paura del “per sempre”! Sposi, aprite la vostra casa alla vita, anche quando il mondo vi dice che un figlio è un peso. Se qualcuno sente che Cristo lo chiama a lasciare tutto per seguirlo nel sacerdozio o nella vita consacrata, non ignori quella voce per paura di perdere altre possibilità. Quando essere giusti e onesti avrà un prezzo, pagatelo. Quando perdonare sembrerà una sconfitta, perdonate. Quando tutti vi diranno di pensare prima a voi stessi, non abbiate paura di farvi ultimi; siate capaci di donare tempo, denaro, comodità e progetti per servire gli altri. Che chi vi guarda possa chiedersi: “Perché vive così? Da dove trae questa libertà? Perché si amano così tanto?”».

Il Papa ha chiesto ai giovani a non accontentarsi «di una vita semplicemente corretta né di una fede abitudinaria». E ancora un appello: Che si veda che siamo stati a Betlemme! Che si veda che Cristo vive e che incontrarlo fa la differenza».