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C'è una fotografia che racconta meglio di molte sentenze la parabola di Hong Kong. È quella di un ragazzo con gli occhiali, il volto ancora adolescente, in mezzo a una folla di giovani che tiene aperti gli ombrelli contro la pioggia, i lacrimogeni e gli idranti della polizia. È il 2014. Quel ragazzo si chiama Joshua Wong e ha appena diciotto anni. Non immagina che, dodici anni dopo, la sua vita sarà ancora scandita da un calendario giudiziario e da una cella.
Giovedì 5 novembre 2026, il tribunale di Hong Kong lo ha condannato a dieci anni di carcere "per cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere”, in applicazione della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020. L'accusa riguarda la sua partecipazione a una campagna per convincere governi, organizzazioni e interlocutori internazionali a imporre sanzioni, blocchi e altre misure contro la Cina e le autorità di Hong Kong. Wong aveva ammesso la propria colpevolezza lo scorso settembre.
Il giudice William Tam ha fissato inizialmente la pena in tredici anni, riducendola di tre in considerazione dell'ammissione di responsabilità e delle circostanze attenuanti. Dieci anni rappresentano il minimo previsto per un reato considerato di particolare gravità. Due mesi e due giorni della nuova condanna saranno conteggiati contemporaneamente alla pena che Wong sta già scontando per un altro procedimento. La prospettiva è quella di rimanere in carcere fino alla fine del 2036, quando avrà quarant'anni.
È una sentenza che pesa ben oltre il destino di un singolo uomo. Perché Joshua Wong non è un attivista qualsiasi: è uno dei volti più riconoscibili di una generazione che aveva creduto possibile difendere l'autonomia di Hong Kong e ottenere una democrazia compiuta all'interno della Cina. La sua vicenda è diventata, negli anni, una misura del cambiamento di un'intera società.


Il ragazzo che sfidò Pechino con un ombrello
Per capire chi sia Joshua Wong bisogna tornare al 2012. Ha quindici anni quando fonda Scholarism, un movimento studentesco che si oppone all'introduzione nelle scuole di Hong Kong di un programma di educazione nazionale considerato troppo vicino alla propaganda del Partito comunista cinese. La mobilitazione ottiene un risultato importante: il governo locale ritira il progetto.
È il primo segnale di una nuova generazione che non vuole accettare passivamente le decisioni di Pechino. Due anni dopo, Wong diventa uno dei protagonisti della cosiddetta Rivoluzione degli Ombrelli.
La protesta nasce da una questione apparentemente tecnica, ma decisiva: il sistema con cui deve essere scelto il capo dell'esecutivo di Hong Kong. Nel 2014 Pechino aveva annunciato che le elezioni del 2017 si sarebbero svolte attraverso il suffragio universale, ma soltanto scegliendo i candidati da una commissione di nomina sottoposta a un forte controllo politico. Per gli oppositori, non era una vera possibilità di scegliere liberamente i propri governanti.
Gli studenti scendono in strada, poi la mobilitazione si allarga. Migliaia di persone occupano per settimane alcune delle principali arterie della città, trasformando il centro finanziario internazionale in un grande spazio di protesta. Gli ombrelli diventano il simbolo di quella resistenza civile: servono a proteggersi dai lacrimogeni e dagli spruzzi degli idranti, ma finiscono per rappresentare anche una generazione che cerca di difendere la propria voce.
La protesta non raggiunge il risultato politico sperato. Le occupazioni vengono sgomberate, il sistema elettorale non cambia e il governo di Pechino non arretra. Ma qualcosa si è ormai spezzato: una parte consistente della società hongkonghese comincia a guardare con crescente diffidenza alle promesse di autonomia formulate dalla Cina.
Wong, insieme ad altri giovani protagonisti di quella stagione, fonda nel 2016 Demosisto, una formazione politica che sostiene l'autodeterminazione di Hong Kong. La sua popolarità supera rapidamente i confini della città. Diventa un interlocutore dei governi occidentali, incontra politici, parla nelle università e nei parlamenti. È il volto di una protesta che cerca di trasformare una questione locale in una battaglia internazionale per i diritti civili.
Il 2019 e la fine delle illusioni
La seconda grande stagione della mobilitazione arriva nel 2019. Questa volta la scintilla è una proposta di legge sull'estradizione che avrebbe consentito di trasferire nella Cina continentale persone accusate di reati, esponendole a un sistema giudiziario privo delle stesse garanzie riconosciute a Hong Kong.
Il timore è che la nuova norma possa diventare uno strumento per colpire oppositori politici, giornalisti e attivisti. Le manifestazioni raggiungono dimensioni enormi. Il 16 giugno, secondo le stime degli organizzatori riportate da Amnesty International, fino a due milioni di persone partecipano a una marcia pacifica. Il governo ritira successivamente il progetto, ma ormai la protesta ha assunto un significato più ampio.


Le richieste diventano cinque: ritiro definitivo della legge sull'estradizione, ritiro della definizione di «rivolta» attribuita alle manifestazioni, liberazione dei dimostranti arrestati, inchiesta indipendente sull'operato della polizia e suffragio universale. Non si tratta più soltanto di fermare una legge: è in discussione il futuro politico di Hong Kong.
La risposta delle autorità è durissima. Gli scontri si moltiplicano, la polizia ricorre a lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti, mentre le manifestazioni diventano sempre più tese. La città, che per anni aveva rappresentato un ponte tra la Cina e il mondo occidentale, si trasforma in un terreno di confronto tra una popolazione che chiede maggiori garanzie democratiche e un potere centrale deciso a riaffermare il proprio controllo.
Nel giugno 2020 arriva la svolta. Pechino impone direttamente a Hong Kong la legge sulla sicurezza nazionale, senza un ordinario passaggio attraverso il Parlamento locale. Il provvedimento introduce quattro categorie di reato: secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere. Le pene possono arrivare fino all'ergastolo.
Il governo cinese e le autorità di Hong Kong sostengono che la norma sia necessaria per ristabilire l'ordine e proteggere la sicurezza nazionale dopo le violenze del 2019. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano invece definizioni molto ampie e poteri che rischiano di trasformare l'espressione del dissenso in un reato.
Il cambiamento è rapido. I partiti democratici si sciolgono, le organizzazioni civiche interrompono le attività, le redazioni indipendenti vengono colpite. Nel 2021 chiude Apple Daily, il quotidiano fondato da Jimmy Lai, dopo il congelamento dei suoi beni e le perquisizioni della polizia. Il suo editore viene arrestato e diventa uno dei principali imputati nei procedimenti legati alla sicurezza nazionale.
Jimmy Lai, il cardinale Zen e la colpa di ricordare
La storia di Wong si intreccia così con quella di Jimmy Lai, imprenditore, editore e oppositore di Pechino. Cattolico, fondatore di Apple Daily, Lai aveva trasformato il suo giornale in una delle voci più riconoscibili del fronte democratico. Per anni aveva denunciato le interferenze cinesi e sostenuto le proteste. Il 9 febbraio 2026 è stato condannato a vent'anni di carcere per due capi di imputazione relativi alla collusione con forze straniere e uno relativo alla pubblicazione di materiale sedizioso. È la pena più severa finora inflitta nell'ambito della legge sulla sicurezza nazionale.
Lai ha 78 anni. Il suo caso ha attirato l'attenzione internazionale e le critiche di governi e organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Le autorità di Hong Kong hanno difeso il procedimento, sostenendo che riguardi condotte criminali e non la libertà di stampa.
Ma c'è un altro capitolo che rende ancora più evidente la trasformazione della città: quello della memoria di piazza Tiananmen.
Il 4 giugno 1989, a Pechino, l'esercito cinese reprime nel sangue il movimento studentesco che chiedeva riforme democratiche. Per decenni Hong Kong è stata l'unico luogo della Cina in cui migliaia di persone potevano riunirsi pubblicamente per commemorare le vittime. Ogni anno, a Victoria Park, candele accese nel buio ricordavano chi era stato ucciso. Era un appuntamento civile, ma anche un gesto di libertà: ricordare ciò che il potere avrebbe preferito cancellare.
Con la legge sulla sicurezza nazionale, anche quella memoria diventa un terreno pericoloso.
![Tens of thousands of protesters march through the streets with a banner reading \\\"Hong Kong stand firm\\\" as they continue to protest an extradition bill, Sunday, June 16, 2019, in Hong Kong. Hong Kong residents Sunday continued their massive protest over an unpopular extradition bill that has highlighted the territory's apprehension about relations with mainland China, a week after the crisis brought as many as 1 million into the streets. (ANSA/AP Photo/Kin Cheung) [CopyrightNotice: Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.]](https://image.famigliacristiana.it/view/acePublic/alias/contentid/705c0aa2-01dc-4b14-8f53-c0ab789f1f65/0/hong-kong-jpg.webp?f=3%3A2&q=0.75&w=3840)
![Tens of thousands of protesters march through the streets with a banner reading \\\"Hong Kong stand firm\\\" as they continue to protest an extradition bill, Sunday, June 16, 2019, in Hong Kong. Hong Kong residents Sunday continued their massive protest over an unpopular extradition bill that has highlighted the territory's apprehension about relations with mainland China, a week after the crisis brought as many as 1 million into the streets. (ANSA/AP Photo/Kin Cheung) [CopyrightNotice: Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.]](https://image.famigliacristiana.it/view/acePublic/alias/contentid/705c0aa2-01dc-4b14-8f53-c0ab789f1f65/0/hong-kong-jpg.webp?f=3%3A2&q=0.75&w=3840)
Come abbiamo raccontato su Famiglia Cristiana, il cardinale Joseph Zen, 94 anni, vescovo emerito di Hong Kong, ha visto confermata in appello la condanna a una multa per la mancata registrazione del fondo umanitario 612, che aveva aiutato i manifestanti del 2019 a sostenere le spese legali e mediche. L'accusa iniziale di collusione con forze straniere era caduta, ma il procedimento ha comunque segnato un passaggio significativo per la libertà di associazione.
Nello stesso periodo, l'avvocata Chow Hang-tung è stata condannata a sette anni e tre mesi e il sindacalista Lee Cheuk-yan a sette anni di carcere per incitamento alla sovversione. La loro attività nella Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China era legata anche all'organizzazione delle veglie per Tiananmen. Per l'ex parlamentare Albert Ho la pena è stata di cinque anni e due mesi.
Sono storie differenti, ma compongono un quadro che riguarda la possibilità stessa di una società di conservare la propria memoria. Prima le piazze, poi i giornali, le associazioni, le commemorazioni. Il confine tra ciò che è consentito e ciò che viene considerato una minaccia alla sicurezza nazionale si è progressivamente allargato fino a investire ambiti fondamentali della vita pubblica.
Una generazione dietro le sbarre
Joshua Wong era già in carcere quando è arrivata la nuova condanna. Nel 2024 era stato condannato a quattro anni e otto mesi per il suo coinvolgimento nella vicenda delle primarie non ufficiali del 2020, organizzate dall'opposizione democratica per cercare di conquistare la maggioranza nel Consiglio legislativo. L'accusa era di cospirazione finalizzata alla sovversione.
Il nuovo procedimento riguarda invece il rapporto con le forze straniere. Secondo l'accusa, tra il luglio e il novembre 2020 Wong e altri attivisti, tra cui l'ex parlamentare Nathan Law, oggi in esilio, avrebbero cercato di ottenere l'imposizione di sanzioni e altre misure ostili contro Pechino e il governo di Hong Kong. Wong avrebbe continuato a sostenere pubblicamente la campagna anche dopo l'entrata in vigore della legge, mentre altri interlocutori operavano dall'estero.


È su queste condotte successive al giugno 2020 che il tribunale ha fondato la condanna. Non si tratta, dunque, di una sentenza che punisce formalmente la partecipazione alle proteste del 2014, né la sua attività politica precedente. È importante distinguere i procedimenti e le accuse. Ma è altrettanto importante osservare il contesto nel quale si inseriscono: una legge che ha trasformato radicalmente il perimetro dell'attività politica consentita a Hong Kong.
Per Human Rights Watch, che ha definito la sentenza ingiustificata, il caso dimostra come la normativa venga utilizzata per mantenere dietro le sbarre figure di primo piano del movimento democratico. Le autorità, al contrario, sostengono che la condanna sia proporzionata alla gravità delle condotte e che la sicurezza nazionale non possa essere messa in discussione attraverso campagne di pressione internazionale.
Resta una domanda che attraversa tutta questa vicenda: che cosa rimane di una città quando vengono meno gli spazi nei quali i suoi cittadini possono discutere, organizzarsi, protestare e ricordare?
Nel 2014, Joshua Wong era un ragazzo che credeva di poter cambiare il proprio Paese aprendo un ombrello. Nel 2019 era uno dei volti di una mobilitazione di massa che aveva portato milioni di persone nelle strade. Oggi è un uomo di trent'anni che rischia di trascorrere in carcere gran parte della propria vita adulta.
Gli ombrelli sono stati ripiegati, Apple Daily non esce più, le veglie di Victoria Park non si celebrano più come un tempo. E molti dei protagonisti di quella stagione sono in carcere, in esilio o lontani dalla vita pubblica.
La condanna di Wong non chiude soltanto un processo. Segna un altro passaggio nella storia di una città che aveva conosciuto la possibilità di scegliere e che oggi vede quella possibilità sempre più compressa. La domanda non è soltanto quando uscirà di prigione Joshua Wong. È se, quando uscirà, Hong Kong avrà ancora uno spazio pubblico nel quale la sua generazione possa tornare a parlare.











