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Un cerchio di esploratori e guide, i ragazzi e le ragazze AGESCI fra gli 11 e i 16 anni (Credit AGESCI)
«Pensiamo che l’educazione all’amore, all’affettività, alla sessualità non sia un tema al quale si possa rispondere con uno slogan. È una dimensione profondamente umana, che riguarda il modo in cui una persona impara a conoscere se stessa, a stare in relazione con gli altri, a riconoscere i propri desideri e i propri limiti, a prendersi cura e a lasciarsi prendere cura: significa educare la persona nella sua globalità». Mentre sull’educazione all’affettività e all’amore la tentazione è spesso di procedere per proclami o frasi fatte, l’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) procede instancabilmente, una ragazza e un ragazzo alla volta, da oltre 50 anni. Non più tardi di dieci giorni fa, 400 educatori e formatori dell’associazione si sono riuniti a Bracciano (Roma) in occasione del convegno Per me sei Avventura, tre giorni di approfondimento e confronto. Ne parliamo con Michela Serena Abati, Iacopo Portaccio e p. Diego Mattei sj, Incaricati nazionali e l'Assistente ecclesiastico della Branca Esploratori e Guide (i ragazzi e le ragazze fra gli 11 e i 16 anni) dell'Agesci.


«Educare all’amore assume per noi il significato di apertura al mistero di Dio e all’incontro vitale e rigenerante con Cristo, che ci ha lasciato un compito da realizzare: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”. Il tempo dell’educazione è il tempo dell’incontro, della relazione, dell’accompagnamento, della crescita, non delle risposte immediate o delle formule valide per tutti. Oggi sentiamo ancora più forte la responsabilità di interrogarci su come il nostro metodo possa continuare a essere capace di accompagnare ragazze e ragazzi dentro le trasformazioni che stanno vivendo».
L’ASCOLTO DELLA REALTÀ
Agesci ha scelto di partire quindi dall’ascolto della realtà. «Ragazzi e ragazze oggi desiderano profondamente relazioni autentiche, ma spesso si trovano a viverle dentro una realtà molto complessa. Leggiamo il desiderio di essere visti e riconosciuti, di appartenere, di sentirsi accolti. C’è la ricerca di intimità, di amicizia, di amore. Ma ci sono anche la paura del giudizio, il confronto continuo con gli altri, la fatica a riconoscere e nominare le proprie emozioni, la pressione di modelli relazionali che arrivano dai social e dalla cultura che li circonda. C’è la loro solitudine, che i social da una parte temperano, permettendo forme di relazione mai sperimentate in precedenza; gli stessi, in modo paradossale, però al tempo stesso la amplificano, perché il bisogno di relazioni in presenza non può essere sostituito da nessun messaggino o emoticon». Ancora: «Nei loro vissuti vediamo però anche una grande capacità di cura, di attenzione all’altro, di desiderio di relazioni significative e di ricerca di autenticità. Ed è proprio da qui che vogliamo partire: non da un’immagine problematica degli adolescenti, ma dalla fiducia nelle possibilità educative che ogni ragazzo e ogni ragazza porta con sé».
AMBITI E VISSUTI DA CUSTODIRE
«Ci sono esperienze quotidiane che hanno un enorme valore educativo e che forse rischiamo di dare per scontate: l’amicizia, il sentirsi parte di un gruppo, imparare a fidarsi, poter contare sugli altri, assumersi una responsabilità, affrontare insieme una difficoltà». In queste esperienze, ricordano gli educatori scout, i ragazzi imparano qualcosa di molto importante sulle relazioni: «L’altro non è un ostacolo alla mia libertà, ma può diventare una persona con cui condividere un cammino; che la libertà porta con sé responsabilità; che prendersi cura dell’altro è una forma concreta di amore. Sono esperienze semplici, ma proprio per questo preziose. Sono luoghi educativi che devono essere custoditi perché permettono ai ragazzi e alle ragazze di sperimentare la relazione come spazio di libertà, di fiducia, di crescita reciproca e di cura».
DINAMICHE E SITUAZIONI A CUI PRESTARE ATTENZIONE
«Dobbiamo prestare attenzione a tutto ciò che riguarda la costruzione dell’identità e il modo in cui ragazze e ragazzi vivono il proprio corpo e le proprie relazioni: l’autostima, il consenso, i confini personali, la capacità di riconoscere e comunicare emozioni e desideri, il rapporto con l’intimità e con la sessualità. Ma anche alle dinamiche tra pari: l'esclusione, la derisione, la pressione del gruppo, gli stereotipi, le forme di controllo e quelle di violenza che non sempre sono immediatamente riconoscibili. E dobbiamo prestare attenzione ai luoghi nei quali oggi le relazioni si costruiscono. Per i ragazzi non esiste una separazione così netta tra “vita reale” e “vita online”. Il digitale non è semplicemente un “mondo esterno” alla vita dei ragazzi: è parte della loro esperienza relazionale. Sempre più prendiamo consapevolezza che la tecnologia dei social non è solo uno strumento, ma è un ambiente. Come lo è lo spazio che l'intelligenza Artificiale sta costituendo in forme sempre più pervasive».


IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE
Per Agesci la tutela non può essere separata dall’educazione. «Educare all’amore significa anche costruire contesti nei quali ogni ragazzo e ogni ragazza possa sentirsi rispettato, libero e al sicuro. Dal convegno è emerso che non bisogna avere paura della complessità. Educare all’amore è una responsabilità che attraversa tutta l’esperienza educativa. Occorre creare intenzionalmente esperienze nelle quali incontrare se stessi, l’altro, la comunità, il limite, la differenza, la cura e la responsabilità. E forse il risultato più importante del Convegno non è una risposta definitiva, ma una domanda diventata più consapevole: che cosa significa, concretamente, educare all’amore dentro le nostre esperienze scout? Da questa domanda vogliamo continuare a camminare».
IL RUOLO DEGLI ADULTI
«Un adulto significativo non è quello che ha la risposta giusta, ma quello che sa ascoltare, che sa stare nelle domande che i ragazzi e le ragazze pongono, anche dinanzi a domande scomode, che non giudica troppo velocemente e che sa creare uno spazio nel quale ciascuno e ciascuna possa parlare anche delle proprie incertezze, i dubbi, le fatiche. Per farlo, gli adulti hanno bisogno a loro volta di formazione. Devono avere strumenti per comprendere i cambiamenti dell’adolescenza, riconoscere eventuali situazioni di disagio, parlare di corpo, affettività e sessualità con linguaggi adeguati e sapere quando è necessario coinvolgere competenze specifiche. Ma gli strumenti vengono dopo. Prima viene lo stile dell’adulto e la qualità della relazione educativa».
CAMMINANDO D’APRE CAMMINO
Per gli educatori Agesci il Convegno è stato quindi una tappa, non un punto di arrivo. «Il cammino continua nei territori, nella formazione degli adulti e nella riflessione dell’Associazione. Il primo cammino sarà quello di continuare a rileggere il nostro metodo educativo, per comprenderne le potenzialità rispetto alle domande che oggi ragazzi e ragazze ci pongono. Il secondo è quello della formazione degli adulti. Se vogliamo educare all’amore, dobbiamo mettere gli educatori nelle condizioni di interrogarsi a loro volta sul proprio modo di stare nelle relazioni, di ascoltare, di accompagnare e di prendersi cura. E poi c’è un cammino associativo: condividere ciò che è emerso, farlo dialogare con le esperienze dei territori e continuare a costruire pensiero insieme». Così le guide e gli scout cattolici ci ricordano che «l’educazione avviene in tempi lenti e la logica della gradualità e della “lentezza” è inaggirabile: nei prossimi mesi continueremo a interrogarci e a camminare “una ragazza e un ragazzo alla volta passo alla volta”».











